Agrivoltaico alla prova del mercato: “Conta il modello industriale, non l’incentivo”
“L’agrivoltaico può reggersi sul mercato anche senza incentivi”. È questo il punto da cui parte Sandro Esposito, membro del Consiglio direttivo di Aias (Associazione italiana per l’agrivoltaico sostenibile) e managing director di CCE Italia, società del gruppo CCE (Clean Capital Energy), con sede a Vienna, sviluppatore internazionale di progetti fotovoltaici, agrivoltaici e sistemi di accumulo su scala utility.
“L’uscita dalla fase sperimentale non coincide con l’arrivo di una norma o di un incentivo, ma con la maturazione economica del fotovoltaico. Il vero passaggio di scala avviene quando l’energia solare smette di dipendere dai sussidi pubblici e diventa un’attività industriale sostenibile sul mercato”, spiega Esposito.
CCE vive questo passaggio in prima persona dopo la fine della stagione degli incentivi: “Dal 2017 l’azienda decide di non impostare più alcun progetto su contributi statali, facendo leva su costi di produzione ormai competitivi e su prezzi di mercato in grado di sostenere gli investimenti. È in questo contesto che l’agrivoltaico smette di essere un esperimento e diventa una scelta industriale, un modello pensato per integrare in modo strutturale produzione energetica e uso agricolo del suolo”. “La scala”, secondo Esposito, “nasce quando questa integrazione entra nei business plan e non resta confinata a casi isolati”.
Le analisi di Althesys stimano che al 2030 l’agrivoltaico avanzato potrebbe generare quasi 12 miliardi di euro di benefici complessivi e circa 19 mila occupati stabili, a fronte dell’installazione di 7,7 GW. Per agrivoltaico “avanzato” si intendono comunemente impianti progettati per garantire la continuità dell’attività agricola, con moduli in configurazione elevata e sistemi di monitoraggio agronomico, nel rispetto della soglia dell’80% della Produzione lorda vendibile.

Per Esposito, quella di Althesys, “non è una proiezione astratta, ma una fotografia di ciò che accade quando il progetto integra davvero tre filiere: agricola, elettrica e tecnologica”. Al contrario, “se si guarda solo al lato elettrico, il potenziale dell’agrivoltaico risulta inevitabilmente sottostimato”.
Nel dibattito pubblico, però, l’agrivoltaico avanzato viene spesso ridotto alla sola configurazione tecnica. Esposito invita a spostare il focus: “La credibilità di un progetto non dipende tanto dalla presenza formale di strutture elevate o di sistemi di monitoraggio, quanto dalla reale continuità dell’attività agricola”.
Anche CCE, nelle prime fasi, aveva adottato parametri geometrici rigidi. L’esperienza sul campo ha portato a una svolta: “Oggi il criterio centrale è che l’agricoltura resti parte integrante del modello economico. La soglia dell’80% della Produzione lorda vendibile è un riferimento valido se il progetto nasce da un’analisi agronomica e non da esigenze autorizzative. Le strutture elevate sono uno strumento, non l’obiettivo”.
Il Pnrr ha avuto un effetto di accelerazione, con oltre 700 iniziative selezionate e una capacità complessiva prossima ai 2 GW. Tuttavia, per Esposito, il modello può reggersi sul mercato. “Il Pnrr ha creato massa critica, ma non è il fondamento della sostenibilità economica dell’agrivoltaico”.
Lo stesso vale per il Fer X: “Non è decisivo per la redditività industriale, ma svolge una funzione di stabilizzazione finanziaria, migliorando la bancabilità dei progetti”. “Il vero rischio”, avverte Esposito, “non è la fine degli incentivi, ma un approccio che continui a valutare l’agrivoltaico solo con metriche pensate per il fotovoltaico tradizionale”.


Di fronte a una pipeline autorizzativa che ha superato i 60 GW, Esposito invita a distinguere tra quantità e qualità. “Oltre il 50–60% della capacità”, dice, “è in mano a soggetti che sviluppano progetti come asset autorizzativi, senza una reale prospettiva di costruzione”. Il problema non è solo amministrativo, ma regolatorio. “Le nuove norme sulle aree idonee, pur con l’obiettivo di fare chiarezza, rischiano di restringere il perimetro in modo disomogeneo, creando incertezza per gli investitori”. A questo si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: la rete. “Definire idonea un’area senza considerare la reale capacità di connessione significa generare colli di bottiglia strutturali”. Secondo Esposito, “oggi la rete è uno dei principali fattori limitanti dello sviluppo dell’agrivoltaico, più ancora delle procedure autorizzative in senso stretto”.
In Europa, la Francia è indicata come il contesto più avanzato grazie a un quadro regolatorio chiaro e stabile che integra agricoltura ed energia. Germania e Paesi Bassi seguono con approcci differenti. “All’Italia manca soprattutto la chiarezza delle regole e la coerenza tra pianificazione energetica, agricola e infrastrutturale, in particolare sul fronte della rete”.
Quanto a CCE Italia, l’azienda sviluppa una pipeline nazionale compresa tra 3,9 e 4 GW, inserita in un portafoglio globale di circa 7 GW. In Italia l’agrivoltaico avanzato rappresenta 1,8–2 GW dei progetti in sviluppo, affiancato da circa 2 GW di sistemi di accumulo (Bess). Il fotovoltaico tradizionale è limitato a contesti specifici come aree industriali e cave.
Tra le iniziative in corso figurano progetti legati a produzioni agricole di qualità, dall’olio di Canino – prodotto nell’impianto di Santa Lucia (Viterbo), dove oltre 1.100 ulivi sono stati mantenuti e integrati nel layout fotovoltaico – al formaggio di Paliano (Frosinone), sviluppato in un progetto agrivoltaico che prevede la continuità dell’attività zootecnica sotto i moduli, con l’obiettivo di costruire un modello replicabile di integrazione tra produzione agricola ed energia.
“Per CCE l’agrivoltaico non è una nicchia temporanea, ma una componente strutturale della strategia industriale del gruppo nei prossimi anni”, conclude Esposito.
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