Trentino Alto Adige/Suedtirol

Agnelli, la strage rallenta ma non si ferma

In Italia si macellano ogni anno circa 2 milioni di agnelli, ma è a Pasqua ovviamente che il fenomeno raggiunge il suo punto massimo. Nel periodo festivo, infatti, vengono uccisi tra i 300.00 e i 375.000 capi, con alcune stime che superano quota 380.000: una strage. In termini percentuali significa che fino a un agnello su cinque viene macellato proprio nelle settimane pasquali. Un dato che fotografa una concentrazione stagionale unica nel panorama agroalimentare italiano.

La dimensione del picco è confermata anche su base mensile: nel solo mese di Pasqua si registrano oltre 300.000 macellazioni, segno di una domanda fortemente polarizzata. Nonostante questo, il trend di lungo periodo racconta fortunatamente di un settore delle uccisioni in contrazione. Nel 2002 si superavano i 5 milioni di capi macellati, oggi si è scesi a circa 2 milioni: una riduzione di oltre il 60% in 20

anni. Anche i consumi recenti confermano la flessione, con cali fino al 20% nelle festività pasquali. A fare da traino rinnovata consapevolezza etica e nuove generazioni sempre meno disposte ad alimentare un mercato che si basa, sostanzialmente, su allevare dei cuccioli per togliere loro la vita. 

A sostenere il mercato e questa dinamica di uccisione resta però una filiera che si muove su scala internazionale. Almeno 1 milione di agnelli su 2 arriva dall’estero, in particolare dall’Europa dell’Est, e oltre la metà della carne ovina consumata in Italia è di origine non nazionale. A dimostrazione che la “tradizione” si basa in larga parte su materia prima che tutto è meno che territoriale. Un dato rafforzato dall’aumento delle importazioni, cresciute del 13,9% nel 2023, evidenziando la dipendenza strutturale del sistema e la vacuità di certe politiche italiane che si stracciano le vesti richiamando la lesa maestà nazionale per la carne sintetica.

Sul piano economico, il comparto della carne ovina vale circa 193 milioni di euro, pari all’1,1% della produzione agricola nazionale. Una quota limitata, ma con una caratteristica chiave: una parte significativa del fatturato si concentra proprio nel periodo pasquale, quando la domanda cresce e i prezzi lungo la filiera si ampliano. Il prezzo all’origine per gli allevatori si colloca tra i 5,5 e i 5,75 euro al chilo, sale a circa 10,4 euro all’ingrosso e può arrivare fino a 14 euro al consumo, con un raddoppio (e in alcuni casi oltre) lungo la catena commerciale. Comprando l’agnello a Pasqua non solo si alimenta quanto detto sopra ma si spende probabilmente anche di più. 

Il settore resta, inoltre, fortemente concentrato dal punto di vista geografico. La Sardegna detiene circa il 49% dei capi italiani, seguita da Sicilia (12%) e Lazio (7%). Una distribuzione che conferma il carattere territoriale della produzione, a fronte di un consumo diffuso ma quantitativamente contenuto: in Italia si consumano mediamente circa 2 kg di carne ovina pro capite all’anno, con una forte concentrazione nelle festività. In questo contesto, l’Alto Adige rappresenta un’eccezione. Con circa 36.000 capi oviniil peso del comparto è marginale rispetto al quadro nazionale e nettamente inferiore rispetto ad altre filiere zootecniche locali, in particolare quella bovina. Su un totale di oltre 180.000 animali allevati tra bovini, caprini e ovini, questi ultimi rappresentano una quota decisamente minoritaria. Anche a livello locale emergono segnali di contrazione, con un calo complessivo di circa 10.000 capi in un anno, indice di un settore sotto pressione tra costi, struttura produttiva e fattori ambientali.

Il risultato è un sistema che, pur ridimensionato rispetto al passato, continua a trovare nella Pasqua il suo momento economico più rilevante. Un picco che resiste nel tempo, ma all’interno di un mercato sempre più ridotto, globalizzato e in trasformazione.

✍️ Alan Conti 







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