Società

Affido entro i sei mesi, scuola più sicura: una ricerca internazionale mostra come il tempo dell’accoglienza possa influenzare lettura, frequenza e benessere educativo dei bambini

Gli infanti sotto l’anno di età sono i più esposti al rischio di trascuratezza e maltrattamento. Lo dicono i dati internazionali: in Europa come negli Stati Uniti, i neonati rappresentano la quota più fragile fra i minori seguiti dai servizi sociali.

Una nuova ricerca pubblicata su Child Development conferma quanto sia cruciale il momento dell’intervento: i bambini entrati in affido familiare nei primi sei mesi di vita mostrano, negli anni successivi, migliori risultati in lettura e meno assenze scolastiche rispetto ai coetanei che sono rimasti in casa pur sotto tutela dei servizi.

Un risultato che parla anche all’Italia

Lo studio ha seguito quasi 9.000 bambini fino alla terza primaria e ha rilevato che l’affido precoce non solo riduce l’assenteismo, ma in alcuni casi migliora il rendimento. Il dato colpisce soprattutto per i minori provenienti da contesti di forte svantaggio, dove le difficoltà economiche e familiari compromettono la crescita. Una condizione che richiama da vicino quella di molte famiglie italiane seguite dai servizi minorili e dai tribunali per i minorenni: anche qui, la decisione tra permanenza in casa con supporti o inserimento in affidamento è spesso il punto più delicato.

Cosa significa per politiche e scuole

La ricerca evidenzia due messaggi chiave. Primo: l’affido non va letto solo come misura emergenziale, ma può diventare – se ben supportato – uno strumento di prevenzione educativa. Secondo: i bambini che restano nella famiglia d’origine avrebbero bisogno di un sostegno più strutturato, simile a quello garantito in affido, con visite domiciliari, interventi educativi precoci e monitoraggio continuo della frequenza scolastica. In Italia, dove la riforma del processo minorile e le linee guida sul sostegno alle famiglie sono temi attuali, questo studio internazionale offre un messaggio chiaro: affidarsi in tempo giusto può significare più equità educativa e meno dispersione già dalle prime classi.


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