Addio a Marco Cavattoni, memoria indomabile del 3 maggio – Bolzano
BOLZANO. La pipa serrata in bocca era quella di Andrea, il padre. Così come il fazzoletto tricolore al collo ogni 3 maggio finché la salute non lo aveva tradito. Lo stesso fazzoletto che il padre, il partigiano “Dighe”, guardiano della fabbrica SIDA, portava al braccio quando venne messo dai tedeschi al muro della Lancia la mattina del 3 maggio 1945 con altri lavoratori rastrellati nella zona industriale di Bolzano. È nel nome del padre, dei morti e dei sopravvissuti della “strage degli operai”, che Marco Cavattoni ha dedicato gran parte della sua vita.
La memoria di quella giornata sarebbe andata inevitabilmente persa, se lui – con la caparbietà che solo un figlio devoto può avere – non si fosse messo in testa di ricostruire tutto nei minimi dettagli, a partire dall’elenco preciso dei nomi di morti e feriti, rimasto per quasi settant’anni un rebus anche per gli storici. Un lavoro certosino con un obiettivo preciso: l’apposizione di una stele con i nomi di tutti. Marco Cavattoni quella targa, se mai verrà messa, non riuscirà a vederla. Ci ha lasciati dopo una lunga malattia. Aveva 78 anni. Se oggi sappiamo cosa accadde in quella giornata maledetta minuto per minuto, lo dobbiamo a lui.
Per anni Marco Cavattoni, ogni dannato 3 maggio, era da solo al muro della Lancia (oggi Iveco) di via Volta. La pipa, il fazzoletto tricolore e un cartello appeso al collo con i nomi delle vittime. L’elenco lo aveva ricostruito lui, perché una lista ufficiale non esisteva. L’unico omaggio della città era la targa generica sul luogo dell’eccidio: «Agli umili difensori della libertà, che qui caddero vittime della ferocia nazista», messa nel primo dopoguerra dai “compagni della Lancia”. Era indignato, Marco Cavattoni, perché questa città aveva perso la memoria. Un’amnesia durata decenni. Bolzano aveva nascosto sotto il tappeto la mattanza degli innocenti. Perché la rappresaglia tedesca era scattata a guerra finita (con gli americani a una manciata di chilometri), tra partigiani dell’ultima ora, ordini del CLN disattesi e tatticismi “geopolitici” sul futuro prossimo dell’Alto Adige (Austria o Italia?).
Dopo una sparatoria all’alba davanti alla Lancia, la “ferocia nazista” si era abbattuta così su operai presi a caso tra fabbriche e officine. Finita la guerra, dava fastidio ricordare il rastrellamento condotto dai paracadutisti di Göring in rotta verso la Germania. Dava fastidio il collaborazionismo filo-nazista di una parte consistente della società sudtirolese. Dava fastidio quella sparatoria innescata da govani appostati sui tetti degli stabilimenti contro le colonne tedesche, dopo giorni in cui le truppe sconfitte di Hitler attraversavano la città sparando, rubando, uccidendo.
Nel dopoguerra, una società divisa da lingua e storia, si rinfacciava a vicenda torti fatti e subiti. I crimini del fascismo sulla popolazione sudtirolese (l’italianizzazione, le opzioni, le violenze, la lingua negata). I crimini dell’occupazione tedesca – supportata dalla SOD e dai collaborazionisti – sulla comunità ebraica, sui militari italiani uccisi e deportati, sulla popolazione di lingua italiana. Il campo di concentramento di via Resia a due passi dalle fabbriche, i binari che portavano ad Auschwitz dalla zona industriale…
La strage del 3 maggio era “imbarazzante”, tutti si sentivano, in fondo, colpevoli. Per alcuni anni, a commemorarla, furono solo gli operai della Zona. Poi il ricordo sbiadì. Di più: venne rimosso. Fino a quando Marco Cavattoni pretese (questa è la parola giusta: pretese) che Bolzano ritrovasse la memoria. Lui che quella giornata l’aveva scolpita nel sangue. Lui che era un sopravvissuto come suo padre (che se la cavò per miracolo con cinque proiettili nel corpo e la schiena spezzata da una raffica di mitra). Se suo padre fosse morto – come i compagni della SIDA che gli erano accanto – Marco, nato nel 1948, non sarebbe mai venuto al mondo. Marco Cavattoni per anni ha svolto una sua indagine personale. Ha spulciato uno a uno i vecchi faldoni dell’ospedale civile, i fascicoli dell’Archivio di Stato e dell’Archivio storico comunale. Ha bussato alle porte dei sopravvissuti e dei familiari dei morti. Ha incontrato orfani, vedove, fratelli, sorelle, nipoti, testimoni. Ore di lavoro che sono diventate giorni, mesi, anni. Il risultato era su quel cartellone che portava al collo come si faceva negli anni Sessanta.
Una protesta pacifica ma determinata. Un tazebao con tutti i nomi e cognomi. Ricostruì anche il destino tragico di una vittima collaterale del 3 maggio: Carolina Zenoni, 18 anni, addetta alla mensa della Lancia. I nazisti le uccisero sotto gli occhi il ragazzo, Irfo Borin, con un colpo alla nuca. Carolina non si riprese mai più e finì la sua vita in una casa di cura nel 2013. Anche lei, per Marco, era una vittima della strage. Marco Cavattoni ha bussato infinite volte alla porta del sindaco di turno chiedendo un riconoscimento ufficiale del sacrificio dei morti del 3 maggio.
In Comune gli davano del “rompicoglioni”. Lui non si offendeva, anzi, lo rivendicava. Ha bussato ancora, e ancora, e ancora, fino a quando, nel 2020, Caramaschi ha incaricato gli storici Carlo Romeo e Mario Rizza di svolgere una ricerca ufficiale, pubblicata nel 2023. Il suo testimone ora passa ai figli David e Sarah, e ai nipoti Andrea e Irene, figli del fratello Gianpaolo, e Cristina e Alessandra, figlie del fratello Roberto. «Ora tocca a noi – dicono -. Lo dobbiamo a nostro nonno e a tutti quei ragazzi uccisi davanti al muro. Il mostro del razzismo e dell’intolleranza sta risollevando la testa». I funerali venerdì 13 marzo alle 10.30 nella chiesa di Don Bosco. Alla moglie Riccarda e a tutta la famiglia, l’abbraccio della redazione dell’Alto Adige.




