Toscana

Abolire la consigliera di parità


Arezzo potrebbe non avere più la consigliera di parità. “E questo – spiega la Gabriella Cecchi, che attualmente ricopre tale ruolo per la provincia – comporterà che il territorio dovrà fare a meno di un presidio che, da sempre, si propone come punto di riferimento contro discriminazioni e situazioni di criticità che necessitano di risposte immediate”. Dunque chi si farà carico di supplire a questa assenza?

Secondo quanto contenuto nel decreto legislativo, in esame alla Commissioni Affari costituzionali, verrà istituito una sorta di sportello con sede a Roma dove, le cittadine e i cittadini richiedenti, potranno rivolgersi attraverso i canali istituzionali predisposti. “Questo – prosegue Cecchi – con tutte le incognite del caso. Dispiace pensare che una persona in situazione di tangibile (e spesso urgente) difficoltà lavorativa debba ricorrere a mail o altri tipi di messaggistica digitale. E, se vi fosse necessità di un incontro, quella stessa persona dovrà recarsi a Roma presumibilmente non una, ma più volte. Viene da chiedersi: dopo quanto tempo dai fatti avvenuti e denunciati potrà ottenere un incontro de visu? Tanto per fare un esempio, per un aretino non è la stessa cosa recarsi a Roma oppure in piazza della Libertà,”.

Ma facciamo un passo indietro e partiamo dalle basi.

Che cosa sono le consigliere di parità

Si tratta di figure ufficiali presenti su tutto il territorio nazionale a cui lavoratrici e lavoratori possono rivolgersi gratuitamente per segnalare casi di discriminazione o molestia in ambito lavorativo. Esse rischiano di essere abolite poiché nel decreto legge, voluto dal Governo Meloni, per recepire la direttiva europea 2024/1499 che impone la creazione di un organismo nazionale di parità, è stata prevista la cancellazione delle due consigliere nazionali (Filomena D’Antini e Agnese Canevari) e, probabilmente, anche della rete territoriale, a vantaggio di un organismo centrale. Più fumosa è la situazione in ambito locale dove ancora non è chiaro cosa accadrà.

Di certo c’è che la notizia non ha tardato a suscitare allarme e preoccupazione visto che senza le consigliere nelle Regioni e Province, le lavoratrici rischiano di restare senza referenti per denunciare abusi e discriminazioni, in un Paese dove il gap occupazionale è tra i più alti d’Europa (ultimo report Istat).

La presa di posizione di Gabriella Cecchi

Tra le voci dei contrari al documento, c’è quella della consigliera di parità della Provincia di Arezzo, Gabriella Cecchi che, attraverso una nota stampa ha spiegato come “il testo legislativo da un lato, recepisce le direttive UE in materia di organismi di parità contro le discriminazioni e dall’altro, abrogando 10 articoli del Decreto legislativo 198/2006 (codice delle pari opportunità tra uomo e donna), sopprime la figura e le funzioni delle consigliere di parità che, da oltre vent’anni, agiscono a livello territoriale – nelle province, nelle città metropolitane, nelle regioni – a contrasto delle discriminazioni di genere e delle molestie nei luoghi e nel contesto dei rapporti di lavoro”.

“Le consigliere di parità – aggiunge – hanno garantito in via del tutto gratuita la presenza, l’ascolto, la presa in carico dei singoli casi di discriminazione. Hanno provveduto alla mediazione e alla conciliazione ove possibile, alle azioni in sede giudiziaria quando necessario. Hanno svolto attività di promozione e di formazione sui temi dell’uguaglianza e della parità di genere. Il testo legislativo, licenziato dal Governo nel febbraio scorso, già esaminato dalla competente commissione parlamentare in sede di “prima lettura”, prevede l’istituzione di un organismo per la parità che avrà il suo ufficio a Roma. Sarà un collegio di 5 persone (un presidente e quattro componenti “nominati con determinazione adottata d’intesa dai Presidenti della Camera e del Senato”). Sarà dotato di una sua struttura organizzativa, di risorse finanziarie importanti, specificamente individuate nel bilancio statale. Tra le altre competenze, subentrerà in tutte le attività fin qui svolte dalle consigliere di parità, a decorrere dal 1° gennaio 2027. Ciò significa, fuori di dubbio, che le stesse consigliere dovranno cessare di operare alla data del 31 dicembre 2026”.

Due gli aspetti su cui si è concentrata la riflessione di Cecchi. “Il primo – a mio parere il più grave – riguarda l’utenza. Le lavoratrici e i lavoratori che, colpiti da situazioni discriminanti, avranno bisogno di denunciarle ed esporle, di chiedere un parere, di ottenere un supporto per eventuali azioni, extragiudiziarie o giudiziarie, dovranno prendere contatti con l’ufficio romano dell’organismo “attraverso appositi canali dedicati”. Il secondo riguarda questa possibilità: d’intesa con le Regioni e le Province autonome “possono” essere costituite apposite sezioni operanti a livello territoriale, coordinate dall’organismo centrale. “Laddove costituite, le sezioni di cui al primo periodo subentrano alle consigliere e ai consiglieri di parità…”. Qualcuno ha detto e scritto che in questo modo si mantiene una rete locale. A tale proposito occorre fare chiarezza. Siamo sul piano delle ipotesi: “possono” è locuzione che dimostra la mancanza di una specifica previsione di presenza nei territori. Gli eventuali accordi tra livelli istituzionali comportano diffusi problemi organizzativi e tempi, per così dire, geologici. Comunque, chi sceglierà dove collocare queste ipotetiche sezioni territoriali? Forse soltanto in sede regionale? Si tratta dello stesso impianto praticato, tra il 2010 e il 2011, per sopprimere la figura del “Difensore Civico” nei Comuni e nelle Province? In buona sostanza, attraverso queste previsioni legislative, viene disattesa la Direttiva UE 1500/24, che specificamente stabilisce: “L’attuazione della presente direttiva non può in alcun caso costituire motivo di riduzione del livello di protezione contro le discriminazioni già predisposto dagli Stati membri”. In ultimo sembra doveroso precisare che la consigliera di parità non percepisce retribuzione: a livello provinciale, soltanto un’indennità tra 2 e 3 mila euro annui, lordi. Da lungo tempo, circa un decennio, non esiste più un fondo nazionale per sopperire ai costi degli uffici territoriali delle consigliere”.

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