a Torino le rivoluzioni visive di Harry Gruyaert e Werner Jeker
TORINO – Con la conclusione del festival Exposed, che ha saputo mettere a sistema il panorama fotografico urbano, la stagione estiva del centro espositivo di via delle Rosine si apre all’insegna di un’ondata di vitalità straordinaria. Inaugurano domani, giovedì 18 giugno 2026, due nuove mostre (una grande retrospettiva e una project room) che scelgono il colore e la sperimentazione grafica come motori assoluti del racconto.
Da un lato la maestosità cromatica del maestro belga Harry Gruyaert, per la prima volta in Italia con un’antologica completa; dall’altro il rigore dinamico e l’armonia visiva del celebre cartellonista svizzero Werner Jeker. Due percorsi curati nei minimi dettagli che accolgono l’evoluzione dei linguaggi, mescolando analogico e digitale in un dialogo magistrale con la realtà.
Harry Gruyaert: quando il colore si fa sostanza emotiva
Per l’universo visivo di Harry Gruyaert, il colore va al di là della componente estetica, è la sostanza stessa della fotografia. Membro storico dell’agenzia Magnum Photos, Gruyaert ha sempre evitato i vincoli della committenza editoriale per non farsi condizionare dall’estetica geometrica dei giornali, preferendo mettersi alla ricerca dell’immagine ultima, quella capace di trasudare sensazioni fisiche e immediate.
Negli anni ’70 e ’80, mentre l’Europa celebrava quasi esclusivamente la fotografia in bianco e nero e relegava lo scatto a colori all’ambito della pubblicità, Gruyaert trovò i propri riferimenti nel cinema d’autore e nella pittura. Fu tra i pochissimi nel vecchio continente a conferire al colore una dimensione puramente creativa ed emotiva, profondamente influenzato dalle esposizioni del MoMA e dai pionieri americani come Saul Leiter e William Eggleston.
«Il colore è più fisico del bianco e nero — racconta lo stesso Gruyaert durante la presentazione a Torino —. Di fronte a una foto in bianco e nero si ha voglia di capire cosa succede tra i personaggi. Con il colore si è immediatamente colpiti dalle diverse tonalità di una situazione».

La vera chicca di questa retrospettiva torinese risiede nel focus sull’evoluzione tecnica dell’artista: una teca mette a confronto diretto le stampe d’epoca in Cibachrome con le moderne rese digitali, svelando i segreti di una transizione tecnica che non ha mai intaccato la purezza del suo sguardo.
Werner Jeker: il manifesto come spartito armonioso tra foto e testo
La project room di CAMERA ospita invece l’affascinante universo di Werner Jeker, uno dei più importanti grafici e cartellonisti della sua generazione. Nel corso della sua densa carriera, ha prodotto circa 800 manifesti dedicati al mondo della fotografia, sviluppando un linguaggio visivo capace di far dialogare testo e immagini senza alterare la potenza visiva.

Cresciuto professionalmente con l’idea del giornale come un puzzle di elementi da incastrare armonicamente, Jeker avrebbe voluto lavorare nell’Italia degli anni ’70. Complice il clima di tensioni sociali dell’epoca, scelse di trasferirsi in Svizzera, dove la sua carriera ha svoltato verso un nuovo universo creativo presso il Museo di Fotografia di Losanna.
La selezione dei suoi manifesti a CAMERA mette in luce una sensibilità e un rispetto per l’arte fotografica senza precedenti, dove la grafica diventa amplificatore del messaggio visivo.
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