A Short History Of Decay: L’estetica del crollo :: Le Recensioni di OndaRock
I Nothing dal 2014 in poi hanno dovuto gestire la complicata eredità di “Guilty Of Everything“, il loro primo album, uno dei migliori dischi shoegaze di sempre. Da lì si accese la miccia in grado di trasformare quel suono avvolgente in trend virale su TikTok, ad uso e consumo degli adolescenti di oggi, per via del mood introverso e delle scariche di energia che ben si sposano con la sensazione di spaesamento e disillusione che sta segnando i nostri giorni. La band di Philadephia non si è più ripetuta a un livello così alto, ma ha continuato a incidere lavori sempre molto buoni, come questo “A Short History Of Decay”, una breve storia del decadimento fisico ed emotivo del cantante, chitarrista e principale compositore, Dominic Palermo. Il resoconto autobiografico di una demolizione controllata, co-prodotto con il fido Nick Bassett dei Whirr – già in line-up con Deafheaven e gli stessi Nothing – e suonato con Doyle Martin e Cam Smith dei Cloakroom, più Bobb Bruno al basso e Zachary Jones alla batteria.
La spina dorsale dell’album è formata dalle tracce più violente: “A Short History Of Decay”, che torna a solcare l’estetica My Bloody Valentine, con insormontabili muri di chitarre ultra-effettate e la voce mantenuta arretrata nel mix finale, “Toothless Coal”, posizionata sui medesimi binari nineties oriented, e la sorprendente “Cannibal World”, che intercetta inedite contaminazioni, poggiando il suono tradizionale dei Nothing su un imprevedibile ritmo jungle. Intorno a questa solida impalcatura i Nothing affiancano una costellazione di brani più lenti, alcuni contraddistinti da tratti acustici, canzoni più “pulite”, nelle quali i suoni divengono cristallini e le parole si distinguono in maniera chiara. Perché stavolta Palermo affronta temi che intende condividere in maniera comprensibile. Già in passato ha focalizzato alcuni dischi sulle proprie disavventure, dalla detenzione in carcere al coinvolgimento in una rissa, fino alla diagnosi di una malattia neurodegenerativa, cantando con quel timbro distaccato, quasi anestetizzato, mentre sotto di lui il mondo sembra stia sempre per implodere.
Palermo è affetto da una forma di tremore incontrollabile, un disturbo simile al morbo di Parkinson, che in futuro potrebbe comprometterne sia i movimenti che la voce. Non è un caso che il brano conclusivo si intitoli “Essential Tremors”, un sontuoso crescendo composto lasciandosi ispirare dai migliori momenti del grunge meno ruvido, con un trionfale ending degno dei migliori Nothing. Accennavo ai brani più “puliti”: la morbida “The Rain Don’t Care”, che evidenzia un songwriting piacevolmente influenzato da certa “Americana”, la malinconica “Ballet Of The Traitor”, i rotondi arpeggi di “Nerve Scales”, la super-melodica “Never Come Never Morning”, che inaugura il lavoro narrando ricordi d’infanzia non sempre piacevoli, e su tutte la struggente “Purple Strings”, decodifica delle coordinate Radiohead con tanto d’arrangiamento d’archi e il contributo di Mary Lattimore all’arpa. Il risultato è una mappatura del dolore per il presente e del timore per il futuro, un manifesto sull’approssimarsi della fine. I Nothing non realizzavano un’opera totalmente in proprio dal 2020: “A Short History Of Decay” fissa i presupposti per una riuscita ripartenza, rendendo – di nuovo – il rumore una forma di poesia dolente e la melodia una rassegnata accettazione del vuoto.
01/03/2026




