Marche

a processo anche l’ultimo aggressore


JESI Era stato massacrato di botte, gettato in un dirupo e rapinato fuori dalla discoteca Noir di Jesi. Calci e pugni così violenti da fargli quasi perdere i sensi e provocargli fratture multiple, per una prognosi monstre: 139 giorni complessivi. I medici avevano contato lesioni alla scapola, alle costole, al naso. Il pestaggio aveva coinvolto un chiaravallese di 34 anni, coinvolto in una discussione nata all’interno della discoteca.

I protagonisti

Le indagini portate avanti dai carabinieri di Jesi avevano permesso di stringere il cerchio attorno ai presunti componenti del branco, tutti stranieri residenti in Vallesina.

Due hanno proceduto con il rito abbreviato, venendo condannati. Mentre una ragazza albanese di 35 anni, accusata di favoreggiamento per aver sviato il lavoro dei carabinieri, aiutando con le sue dichiarazioni il gruppo degli aggressori, ha patteggiato. Fuori dal procedimento era rimasto un cubano di 36 anni, perché irreperibile.

Dato che nel frattempo è stato rintracciato, ieri si è tenuta l’udienza preliminare dove deve rispondere di lesioni e rapina. Il gup Francesca De Palma ha disposto il rinvio a giudizio. Per il cubano, difeso dall’avvocato Rossana Ippoliti, il processo inizierà il primo luglio davanti al collegio penale. Il chiaravallese, come negli altri procedimenti, si è costituito parte civile con il legale Sara Scalpelli.

Stando a quanto raccolto dai carabinieri, il pestaggio avrebbe fatto seguito a una discussione avuta tra il 34enne e un amico degli aggressori, nonché ex fidanzato della ragazza con cui lui era arrivato al Noir. Quel diverbio avrebbe acceso una miccia violentissima. In pratica il chiaravallese era stato vittima di un agguato, avvenuto all’esterno del locale attorno alle 3.30 del 27 ottobre del 2019. Era stato aggredito da dietro, qualcuno gli aveva stretto il braccio attorno al collo per tenerlo fermo. Gli altri avrebbero pensato a riempirlo di pugni e calci fino a spingerlo al di là di una siepe che si trovava nel parcheggio. Da qui lo avrebbero gettato in un fosso, facendolo cadere da un’altezza di almeno due metri.

Nel dirupo, stando all’accusa, sarebbe continuata l’aggressione, sfociata anche in rapina perché al 34enne era stato sfilato il portafoglio con all’interno 390 euro e il cellulare. Il pestaggio si era fermato con l’arrivo di un amico della vittima e degli addetti alla security. Appena salito nell’auto dell’amico, gli aggressori erano tornati alla carica, con una sequela di calci e pugni alla carrozzeria. La vettura era riuscita ad allontanarsi. Ma il 34enne era poi tornato indietro per verificare che la fidanzata stesse bene: era stato pestato un’altra volta.




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