A Perugia si cerca di riaprire il caso dell’omicidio di Iaria Alpi dopo 32anni: le novità

Il caso dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, 32 anni dopo il 20 marzo 1994, è ancora un mistero da chiarire. Sul quale non deve essere messo un “coperchio” definitivo. Perché sui presunti depistaggi che seguirono l’assassinio a Mogadiscio di giornalista e operatore del Tg3 c’è ancora da fare luce. E da Perugia, dove la Corte d’appello dichiarò innocente il presunto omicida, in carcere per 16 anni da innocente e ucciso in Somalia durante una rap una che per molti fu solo una versione di comodo, parte la richiesta di che proprio i magistrati del capoluogo riaprano la vicenda. Martedì 17 marzo, nel salone d’onore di palazzo Donini, un confronto che proprio da quella sentenza è partito.
“Nessuno deve dimenticare nessuno di quelli che sono morti per la libertà di informazione, che sono senza verità e giustizia, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin ma potrei citarvi Mario Paciolla, Andrea Rocchelli”. Lo ha detto Beppe Giulietti, coordinatore di Articolo 21 a margine dell’incontro a cui ha preso parte anche la presidente della Regione, Stefania Proietti, oltre al presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Umbria, Luca Benedetti, e il consigliere di amministrazione della Rai, Roberto Natale. “Non è chiara la vicenda di Alpi e Hrovatin. Proprio a Perugia, ecco perché siamo qui, fu accertato il depistaggio, ma quella pista poi non è stata seguita e noi siamo qui oggi per verificare la possibilità di presentare un esposto di nuovo a Perugia per chiedere che si riaprano le indagini” ha aggiunto ancora, sottolineando che “quei depistatori sono in vita, quindi si può verificare la possibilità di presentare un esposto per chiedere che si riaprano le indagini”. “La mamma di Ilaria, Luciana, prima di morire, disse ‘io so che non avrò giustizia, non prenderanno mai gli assassini, però vorrei la verità’ e la verità è chi nelle prime ore ha fatto sparire tracce, chi ha fatto sparire alcuni video, chi ha fatto sparire alcune agende, anche lì c’erano molte agende.
Significa che bisogna andare a vedere” ha ribadito ancora Giulietti. “Vi ricordo che qui è stato assolto, dopo 16 anni, Omar Hassan, e poi non è accaduto nulla. Fu una giornalista di Rai Tre, Chiara Cazzaniga, che andò a trovò il testimone e gli fece dire che aveva mentito. Capite che è singolare?” ha ribadito per sottolineare che “onorarli significa non solo mettere una targa, ma pretendere che si faccia chiarezza e chiedere che quella parte sul depistaggio sia riaccesa e rimessa in luce. Ci sono uomini dei servizi ancora in vita e che possono e devono testimoniare”. “Dimenticare è la cosa peggiore che si possa fare, significa disonorare sé stessi, la propria funzione, la Costituzione italiana. Loro sono stati ammazzati mentre cercavano la verità, sono passati 32 anni ma questo non conta niente, possono passarne anche cento, ma finché non ci sarà giustizia noi dobbiamo chiedere che la vicenda non venga archiviata” ha concluso il coordinatore di Articolo 21.
“Oggi ricordiamo la sentenza di Perugia, una tappa cruciale nella vicenda di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. In quel processo emerse con forza come l’intero impianto accusatorio costruito attorno a Hashi Omar Hassan fosse frutto di un depistaggio. Per anni quell’uomo ha pagato con il carcere una falsa testimonianza, secondo la quale sarebbe stato lui a uccidere Ilaria Alpi nel 1994. Ma non era vero”.
Così Walter Verini, parlamentare e membro della Commissione Giustizia e Antimafia, a margine dell’iniziativa. “La falsità di quella ricostruzione venne alla luce grazie al lavoro della giornalista di Chi l’ha visto? Chiara Cazzaniga che riuscì a intervistare il testimone che ammise di aver parlato in cambio di soldi incolpando Hassan” ha ricordato ancora Verini sottolineando che “Luciana e Giorgio, genitori di Ilaria, andavano a trovare Hassan in carcere, dove è rimasto per 16 anni, perché sapevano che era innocente. Il processo è andato a Perugia e proprio da qui arrivò la sentenza che portò definitivamente alla scarcerazione di un uomo innocente”.
“Purtroppo, dopo circa un anno e mezzo, tornato in Somalia, Hashi Omar Hassan venne ucciso. Si parlò di una rapina, ma il sospetto è che sia stato eliminato per impedirgli di raccontare fino in fondo chi lo avesse trascinato in quella ingiusta condanna” ha ricordato ancora il parlamentare. “Siamo qui per dire che c’è ancora da indagare sul depistaggio, che non si può archiviare tutto e voltare pagina. È questo il messaggio che oggi vogliamo lanciare da Perugia” ha concluso Verini.
Per il già procuratore generale di Perugia, Fausto Cardella, che ha voluto ricordare “l’amico e collega£ Dario Razzi, che chiese e ottenne l’assoluzione di Hassan, ha evidenziamo come “L’utilità della magistratura in vicende di questo genere è fondamentale. Forse non è sufficiente da sola l’attività giudiziaria e investigativa per raggiungere la piena verità, ma è importante quantomeno per capire che qualcosa non ha funzionato, che ci sono stati dei tentativi di occultarla questa verità. Almeno a questo è servito”.
Anche se non sarà facile arrivare alla verità dopo tutti questi anni e stabilire le singole responsabilità “non vuol dire che le indagini siano inutili perché, come si è dimostrato in questo caso di Ilaria Alpi con la sentenza di Perugia, servono quantomeno a capire cosa non ha funzionato”.
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