A Palazzo di giustizia una mostra per ricordare i volti e le storie dei 28 magistrati uccisi dalla mafia e dal terrorismo

Genova. Uomini e donne (una sola, Francesca Morvillo) di Stato ma anche persone con una vita privata, famiglie, figli, momenti di spensieratezza. Sono i 28 volti, e storie, dei magistrati uccisi dalle mafie e dal terrorismo che dal primo aprile saranno esposti nel loggiato del settimo piano di palazzo di giustizia a Genova nella mostra permanente ‘Le rose spezzate -frammenti di vita‘.
Prima dell’inaugurazione la sindaca Silvia Salis, il presidente della sezione ligure dell’Anm Federico Manotti e il presidente dell’Anpi di Genova Massimo Bisca hanno ricordato anche i magistrati caduti nella lotta di Resistenza ai quali è dedicata una targa all’ingresso del palazzo di Giustizia. Lo scopo della mostra “è quello di tenere sempre accesa la luce sulla loro opera e sul loro sacrificio – ha spiegato Manotti – perché si tratta di persone che per noi sono state e saranno sempre veri e propri punti di riferimento visto che i loro valori sono gli stessi che cerchiamo di praticare quotidianamente interpretando e applicando la legge nel rispetto della Costituzione e nell’interesse dei cittadini”.
Un ricordo “doveroso – ha ricordato Salis – per chi ha dedicato la propria vita alla giustizia e alla tenuta della Repubblica. E’ importante ricordarli affinché le loro storie vengano sempre tenute vive”. I volti e le storie dei giudici caduti vanno ricordati sempre perché “rammentano che noi magistrati e anche gli avvocati – ha sottolineato la presidente della corte di appello Elisabetta Vidali – siamo prima di tutto a presidio e garanzia dell’ordinamento costituzionale. Va recuperata da ognuno di noi l’etica dello Stato. Non facciamo che il veleno di questa campagna elettorale prevalga”.
Tra i magistrati uccisi anche Guido Galli, trucidato proprio il 19 marzo 1980 dai terroristi di Prima Linea. “E’ una giornata sempre dolorosa questa – ha detto la figlia Alessandra, ex magistrata e ora referente ligure del Comitato Giusto dire no – sentire di mio papà e di tanti che hanno perso la vita come lui. Ma è doveroso ricordare la gioia e l’entusiasmo che lui metteva nel suo lavoro. Ed è oggi giusto mobilitarsi per difendere quei principi e valori per cui mio padre e gli altri hanno perso la vita”.




