Società

A Milano il corteo del 25 novembre grida: «Riprendiamoci la notte»

A Milano, il 25 novembre ha il passo lungo delle grandi occasioni. In migliaia hanno sfilato nel corteo per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, tracciando un percorso che ha attraversato le strade di Milano con un segno preciso: raccontare e scuotere una città che fa conti con la paura, la rabbia e l’urgenza.

La marcia è iniziata con l’eco della voce di Ornella Vanoni e la sua La voglia, la pazzia, per omaggiare l’artista scomparsa lo scorso venerdì, ed è proseguita con una dolorosa litania dei nomi delle donne uccise in Italia. Secondo il rapporto dell’Osservatorio di Non Una Di Meno dall’inizio dell’anno si contano almeno 91 femminicidi. E il dato altrettanto preoccupante sono i 68 tentati omicidi nei confronti di donne riportati nelle cronache online di media nazionali e locali.

Fin dai primi passi, il coro risuona: «Riprendiamoci la notte», con l’obiettivo di restituire vita, sicurezza, libertà alle donne non più solo di giorno, ma nei luoghi e nei momenti che le donne troppe volte evitano, in una città in cui si aprono otto inchieste al giorno per violenza di genere, secondo un numero fornito recentemente dalla Procura.

Il corteo ha poi imboccato Viale Majno, dirigendosi verso Piazza Cinque Giornate e passando vicino al Palazzo di giustizia di Milano, una scelta precisa per ribadire che «la violenza è strutturale», come scandito dal megafono. Una ragazza si fa avanti e grida: «Dove si impara il consenso? Nei corsi che il governo non vuole adottare».

A metà del percorso il corteo si fa più denso. È qui che emergono le storie che danno carne ai numeri. C’è Giulia, 23 anni, studentessa. Tiene in mano un cartello con una sola parola: basta. Ci racconta di quando, qualche giorno fa, tornando da un turno serale, ha cambiato tre volte marciapiede per paura dell’uomo che la seguiva. «Riprenderci la notte per me significa non dover più calcolare il percorso più illuminato», dice. «E non dover fingere una chiamata per sembrare “accompagnata”». Intorno a lei, altre ragazze annuiscono: è una scena che tutte conoscono a memoria.


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