Friuli Venezia Giulia

A Cervignano mostra di scultura di Marco Petean






Sabato 14 marzo alle ore 11, nello spazio espositivo della Biblioteca civica Giuseppe Zigaina di Cervignano verrà inaugurata la mostra Dialoghi sulla linea dell’orizzonte. A mio padre, alla mia terra, dello scultore Marco Petean, curata da Diana Cerne e presentata da Francesca Agostinelli. La mostra è promossa dal Comune di Cervignano con il patrocinio del Museo Galleria Premio Suzzara, del Comune di Suzzara (Mantova), del Comune di Aquileia e della Fondazione Società per la conservazione della Basilica di Aquileia. Per la prima volta nella sua città, Petean espone le sue sculture in terracotta policroma, opere che lo accompagnano in un viaggio attraverso la memoria personale e quella del suo territorio, dove l’arte si fa linguaggio capace di instaurare e ricucire legami, rivelando storie e vissuti. Idealmente l’artista colloca il proprio racconto ponendosi in riflessione di fronte alla linea dell’orizzonte che attraversa la Bassa Friulana come una promessa silenziosa: un confine visivo che al tempo stesso separa e unisce, custodendo memorie e svelando identità. È lungo questa linea — non soltanto paesaggio ma anche linea mentale, spazio sospeso e soglia simbolica — che prendono forma i “dialoghi” evocati dal titolo della mostra: dialoghi tra interiorità e vita, tra epoche, persone, luoghi e linguaggi artistici. Quell’orizzonte raggiunge per l’artista la sua massima intensità poetica proprio alle spalle della casa della vecchia stazione di Belvedere di Aquileia, dove è nato suo padre: un punto in cui mare, colline, montagne e il cielo della regione sembrano congiungersi in un unico respiro visivo e simbolico. Proprio lì per l’artista l’orizzonte diventa campo di tensione esistenziale dove l’uomo contempla, interroga, dialoga con l’infinito e scopre la propria finitezza. Petean rappresenta i luoghi della sua infanzia come luoghi interiori prima che reali, paesaggi dell’anima in cui la memoria familiare, la trasformazione ambientale e la stratificazione storica si fondono in una narrazione carica di malinconia, nostalgia, mistero e bellezza. La valle di pesca di Belvedere, la collina su cui si erge la chiesa di San Marco, la spiaggia di Belvedere, la vecchia stazione — compongono una geografia intima e quasi metafisica. Luoghi un tempo popolati, rumorosi, immersi in una vegetazione vitale, oggi appaiono progressivamente spopolati, immobili e silenziosi, mentre la natura, lentamente, si riappropria del proprio spazio, fagocitando la testimonianza della presenza umana. I rumori si rarefanno lasciando il posto al silenzio, ai versi degli animali e ai rumori della natura, creando quasi un palcoscenico teatrale che sembra sospeso in un tempo bloccato, in attesa. Il paesaggio diviene metafora dell’esistenza, di ciò che appare immobile ma custodisce in realtà una lenta trasformazione, una vita sotterranea che induce a riflettere sul senso della memoria e della permanenza. I Teatrini in terracotta, per i quali l’artista è conosciuto, in questa esposizione, divengono quindi il medium privilegiato per dare forma a un atto d’amore, di restituzione e riparazione nei confronti del proprio territorio e della figura paterna, cardine della memoria e della costruzione identitaria. Essi custodiscono i frammenti di vita e racconti lontani, restituendo colore a immagini sbiadite e nuova presenza a luoghi e persone care. Il suo è un atto di preservazione della memoria degli individui comuni, quelli che la storia tende a dimenticare. L’artista tramite le fotografie e i racconti del padre ottantenne crea un nuovo legame, ancora più profondo, ricostruendo la sua esperienza di bambino che nella metà degli anni cinquanta, lascia il suo paese nativo e la sua famiglia per intraprendere la strada del seminario. Una “piccola memoria” scolpita nell’argilla si fa universale, diventa archivio dell’anima e reliquia, un punto di contatto eterno tra padre e figlio.

























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