A 32 anni gli viene diagnosticato l’autismo dopo una vita di visite, ma non gli sono garantite le terapie ordinate dal tribunale

Una vita intera passata fra la Neuropsichiatria infantile e il centro di salute mentale, ma solo lo scorso marzo, a 32 anni, ha avuto la diagnosi di autismo. Una diagnosi arrivata grazie alla forte determinazione dei suoi genitori, che si sono rivolti al centro di riferimento regionale per l’autismo dell’Aquila.
Ora però, per Loris, si prospetta un Natale amaro. Dal momento della diagnosi, infatti, sostenuto dall’associazione Sos Autismo insieme per l’inclusione e dai suoi cari, combatte per affermare il proprio diritto alle terapie, che finora si è visto negato.
Il centro di riferimento dell’Aquila gli ha diagnosticato un autismo moderato e ha suggerito un “supporto significativo”. Per avviare al più presto le terapie, senza aspettare i tempi burocratici per la presa in carico da parte della Asl Lanciano Vasto Chieti, i genitori di Loris si sono sobbarcati i pesanti costi delle sedute necessarie al proprio figlio.
Finché, ad agosto, l’azienda sanitaria, allineandosi al Crra, finalmente ha prescritto per Loris un intervento intensivo con tre sedute a settimana di 3 ore ciascuno per un anno dalla presa in carico. Subito dopo, però, è arrivata l’amara sorpresa: per carenze di budget, Loris è stato lasciato in lista d’attesa.
L’associazione Sos Autismo insieme per l’inclusione immediatamente ha depositato un ricorso d’urgenza al tribunale di Chieti. La giudice del lavoro Laura Ciarcia, con decreto dell’11 novembre scorso, ha accolto la domanda e, richiamando precedenti del Consiglio di Stavo, ha evidenziato come “le norme a tutela dei disabili, in un quadro costituzionale che impone alle istituzioni di favorire lo sviluppo della personalità, risultano essenziali al sostegno delle famiglie e alla sicurezza e benessere della società nel suo complesso, poiché evitano la segregazione, la solitudine, l’isolamento, nonché i costi che ne derivano, in termini umani ed economici, potenzialmente insostenibili per le famiglie; inoltre, l’inserimento e l’integrazione sociale rivestono fondamentale importanza per la società nel suo complesso perché rendono possibili il recupero e la socializzazione”.
Quindi, ha condannato l’azienda sanitaria “a consentire al ricorrente di fruire del trattamento “A.D.A. (ambulatorio dedicato per l’autismo) con 3 sedute a settimana per un anno dalla presa in carico”.
A quel punto, la vicenda sembrava risolta: con la decisione del tribunale, Loris avrebbe potuto finalmente intraprendere le terapie tanto attese. E invece, racconta l’avvocato Christian Bove “accade l’inverosimile: non solo l’azienda sanitaria non ha ottemperato all’ordine del giudice, ma addirittura pochi giorni fa ha consegnato ai nostri associati un nuovo piano terapeutico, dimezzandone le sedute! Tale variazione è inspiegabile visto che a più riprese il Centro di salute mentale aveva ribadito la necessità di un percorso intensivo della durata di un anno, l’ultima volta appena il mese scorso”.
Le linee guida regionali, infatti, prevedono che il setting assistenziale possa essere modificato per renderlo il più coerente possibile alla situazione attuale solo previa attenta valutazione, ma nel caso specifico Loris non è stato visitato, né è sopravvenuta documentazione medica a giustificare una simile restrizione.
Solo dopo il taglio, finalmente la Asl, lunedì 15 dicembre, ha autorizzato la presa in carico di Loris presso il centro convenzionato Fondazione Oltre le Parole.
“Non vogliamo credere che lo scopo di questa manovra sia quello di risparmiare a scapito di un utente fragile – commenta l’avvocato Bove – ma, sebbene sollecitata, l’azienda sanitaria non ha inteso fornire chiarimenti in merito. Se non saranno ripristinate le terapie nella loro integrità siamo pronti a tornare nuovamente in tribunale per tutelare il nostro associato”.
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