Trentino Alto Adige/Suedtirol

A 20 anni in Thailandia per insegnare ai bambini – Bolzano



BOLZANO. Sarah Padovan si è iscritta alla facoltà di Psicologia perché, in futuro, vorrebbe «aiutare gli altri». E mentre studia sui tomi che indagano la mente umana ha deciso di iniziare già a seminare quel bene che sente come vocazione. Così come “lavoretto” per mantenersi gli studi ha scelto la centrale della Croce Bianca. E per il viaggio dei vent’anni ha deciso di partire per un’esperienza di volontariato in Thailandia. Per una settimana ha insegnato inglese ai bambini che da grandi si manterranno prevalentemente con il turismo, ma non hanno abbastanza soldi per poter imparare la lingua passepartout del mestiere.

«Nella scuola pubblica non ci sono fondi, quindi molte continuano a vivere soprattutto attraverso il volontariato», racconta. Come lei, migliaia di giovani da tutto il mondo si alternano nelle classi per garantire continuità di apprendimento agli alunni. Specialmente di inglese: una lingua fondamentale, ma a cui in Thailandia si può avere accesso solo nelle scuole private.«Ai ragazzi e alle ragazze dico: non abbiate paura di partire – l’appello di Sarah – Non ci sono requisiti stringenti, chiunque può offrirsi. Prima di andare lì avevo paura, perché non sapevo cosa aspettarmi. Ora ci tornerei subito, senza pensarci due volte. Ai genitori dico anche di lasciare che i figli vivano esperienze di questo tipo. Cambiano il modo di vedere le cose».

Per questo ha deciso di partire…
Era un’esperienza che volevo fare da un po’. Ho conosciuto questa organizzazione che si occupa di viaggi solidali di gruppo, appoggiandosi ad associazioni del luogo. Tramite loro si possono scegliere diverse mansioni: gestire corsi nelle scuole pubbliche, aiutare nei lavori di costruzioni, o lavorare nei santuari che accolgono gli animali salvati da abusi e sfruttamento. Soprattutto elefanti usati per fini turistici. Io ho scelto l’insegnamento perché so un po’ di inglese e mi sembrava il compito più adatto a me.

Com’è stato trovarsi in una classe?

Strano. Per la prima volta ero io in piedi davanti alla lavagna con tanti piccoli studenti che aspettavano che gli insegnassi qualcosa. Pendevano dalle mie labbra. Ammetto che all’inizio ero spaesata, dovevo prendere le misure. Ma poi tutto è diventato molto naturale. Alla fine di ogni lezione – si svolgevano la mattina perché il pomeriggio era dedicato al resto del programma scolastico – sentivo che i bambini avevano imparato qualcosa. Per apprendere una lingua serve continuità e io sono rimasta solo alcuni giorni. Ma so che dopo di me sono arrivati tanti volontari e volontarie che hanno proseguito il lavoro iniziato.

Cosa l’ha colpita di più?

Lo spirito delle persone, molto diverso dal nostro. Ho trovato tanta gratitudine anche per le cose più piccole, un sentimento a cui noi non siamo abituati. In Thailandia mi sono sempre sentita al sicuro, giravo la sera senza timore e senza sentirmi importunata come ogni tanto capita qui. Ho pensato che il mondo non è tutto marcio. Ma la parte più bella sono stati i bambini: da subito mi hanno sommersa di affetto.

Tipo?

Loro a scuola ricevono questi sticker come premio quando portano a termine un compito. Ci tengono moltissimo, ma appena mi hanno visto li volevano regalare a me. Sono sorridenti, sempre felici di stare in classe, senza capricci. Si capisce quanto per loro sia importante poter andare a scuola. Questa loro accoglienza mi ha aiutata molto a insegnare nonostante non lo avessi mai fatto. Anche le responsabili dell’associazione che parlavano inglese e thailandese sono state davvero disponibili. Dopo la settimana da volontaria mi sono presa qualche giorno per visitare il Paese: le cinque isole e poi Bangkok. Mi ha colpito la differenza tra i ricchi e persone normali, sia nella scuola che nella sanità. C’è un abisso tra pubblico e privato. In questi contesti mi rendo conto della fortuna che abbiamo in Alto Adige.

Lei come dipendente della Croce Bianca lavora nella sanità…

Sì, sono telefonista in centrale. Un lavoro intenso, a volte duro, ma che mi gratifica molto perché mi sembra di aiutare gli altri. L’ho scelto principalmente per questo, poi volevo migliorare il mio tedesco.

Un lavoro bello ma non sempre facile…

Bisogna avere tanta empatia. Si tratta di rispondere a tantissime telefonate al giorno, e capita spesso di interfacciarsi con persone scortesi che se la prendono con noi anche per pochi minuti di ritardo. In queste situazioni bisogna sempre riflettere sul fatto che dall’altra parte del telefono c’è qualcuno che sta affrontando una malattia. Che dipende ogni giorno dalle cure. Una frustrazione che scarica su di noi e che va compresa. È un lavoro che sicuramente scarica le batterie sociali, ma che dà tanta soddisfazione. Guardo con ammirazione i miei colleghi “disponenti”, che si occupano di organizzare e ottimizzare tutti gli spostamenti in modo da accogliere tutte le richieste e le necessità dei pazienti. batterie sociali, ma che dà tanta soddisfazione. Guardo con ammirazione i miei colleghi “disponenti”, che si occupano di organizzare e ottimizzare tutti gli spostamenti in modo da accogliere tutte le richieste e le necessità dei pazienti.




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