Nuovi fondi per l’ex Ilva ma sale la tensione “Meloni ci metta la faccia”

TARANTO – Il governo interviene per assicurare la continuità produttiva dell’ex Ilva, ma per i sindacati non basta. Più che di cifre, il problema è di politica industriale. Riguarda quello che per tutti è ormai “il piano di chiusura”. Per Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm va tolto dal tavolo. «La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, deve assumersi la responsabilità di ritirarlo e riconvocare il tavolo con le parti sociali a Palazzo Chigi», chiedono i segretari generali delle tre sigle, Michele De Palma, Ferdinando Uliano e Rocco Palombella.
Assemblee a blocchi stradali
Nella giornata in cui la tensione diventa altissima, con la protesta dei lavoratori che da Genova si estende a Taranto, dove alle assemblee in fabbrica e ai presidi davanti ai cancelli si aggiunge il blocco fino a sera delle strade statali di accesso alla città, Palazzo Chigi prova a mandare segnali di distensione. Il decreto legge approvato in Consiglio dei ministri autorizza i commissari di Acciaierie d’Italia a utilizzare i 108 milioni residui del finanziamento ponte – risorse indispensabili per garantire la continuità degli impianti – fino a febbraio 2026, quando è attesa la fine della procedura di gara per l’individuazione del compratore. Gli altri 92 milioni del finanziamento sono già stati destinati agli interventi essenziali sugli altiforni, alle manutenzioni ordinarie e straordinarie, agli interventi ambientali. Nel provvedimento vengono stanziati anche ulteriori 20 milioni per il biennio 2025-2026, mettendo a carico delle casse dello Stato l’integrazione salariale riconosciuta ai lavoratori fino al 75%, finora sostenuta da Acciaierie d’Italia. Viene, inoltre, prevista una rimodulazione dei fondi per gli indennizzi al territorio di Taranto.
La convocazione a Roma
Gli animi, però, non si placano. Come se non bastassero le proteste dentro e fuori gli impianti, a rendere il clima incandescente, in mattinata, è la convocazione a Palazzo Piacentini di un tavolo per gli impianti di Genova-Corigliano, Novi Ligure e Racconigi, fissata dal ministro Urso per il 28 novembre. Per i sindacati è un chiaro tentativo di dividere il fronte della protesta, il preludio di quello “spezzatino” che porterebbe alla vendita di singoli asset aziendali, abbandonando di fatto Taranto al proprio destino. Non a caso, è proprio dal capoluogo jonico che si levano le rimostranze di Fiom, Fim, Uilm e Usb. Il ministro prova a correggere in corsa: il 28, a Palazzo Piacentini, all’incontro sugli stabilimenti del Nord seguirà, senza soluzione di continuità, una riunione unitaria del governo, alla presenza di tutti i ministri coinvolti nella vertenza, con le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali, i presidenti delle Regioni Puglia, Liguria e Piemonte e degli enti locali interessati. Per i sindacati non basta. Il governo – ribadiscono in serata Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm – deve ritirare il piano e convocare il tavolo a Palazzo Chigi. Fonti del Mimit, però, fanno sapere che la convocazione di Urso è avvenuta su esplicita richiesta delle segreterie sindacali territoriali del capoluogo jonico e degli stabilimenti del Nord, oltre che delle Regioni Puglia e Liguria e dei sindaci di Taranto e Genova. Nel capoluogo ligure, del resto, sta prendendo corpo un fronte favorevole alla partecipazione alla riunione del 28, che rischia di creare divisioni sul versante sindacale.
L’affondo di Pd e M5s
La vertenza anima anche il dibattito politico. Al fianco dei lavoratori si schierano tutte le forze di opposizione. La segretaria del Pd, Elly Schlein, mette nel mirino il ministro Urso. «Dovrebbe farsi da parte e Giorgia Meloni dovrebbe metterci la faccia, come piace a dire lei, su una situazione di crisi che rischia di essere un disastro sociale», attacca. Il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, chiede al governo di utilizzare «i miliardi del ponte sullo Stretto per decarbonizzare l’ex Ilva». Dalla maggioranza è Forza Italia, con Maurizio Gasparri, a riconoscere che «una soluzione bisogna trovarla».
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