Confini europei e il loro significato attuale
20.11.2025 – 16.00 – Ci sono decisioni che non si prendono per vocazione, ma per necessità. Non per ideologia, ma per salvaguardia. Il ripristino dei controlli tra Italia e Slovenia appartiene a questa categoria: non è un vezzo politico, né una concessione alla paura. È un argine. Un segnale. È il ritorno, finalmente, alla consapevolezza che un’Europa senza confini vigilati non è un’Europa più libera: è un’Europa più fragile. Schengen non è un comandamento. È un patto, e come ogni patto vive se si rispettano le condizioni che lo reggono. Libertà di movimento, sì. Ma garantita da Stati che sappiano chi entra, come entra e perché entra. Quando queste garanzie vacillano, i confini smettono di essere una reliquia del passato e tornano a essere quello che sono sempre stati: strumenti di governo, di equilibrio, di autodifesa.
L’Europa non si protegge con i discorsi, ma con i presidi. E i valichi tra Italia e Slovenia — da Fernetti a Pesek o Rabuiese. — non sono il sintomo di un ritorno ai nazionalismi, ma un banco di prova della serietà europea. Chi entra deve essere riconosciuto, tracciato, controllato. Non per sospetto, ma per responsabilità: verso chi rispetta le regole, verso chi è davvero profugo, verso chi chiede protezione e non clandestinità. I dati non offrono alibi. Nel 2024 gli ingressi irregolari nell’Unione sono stati circa 239 mila, già in calo del 38% rispetto al 2023. Nei primi nove mesi del 2025 si sono ridotti ulteriormente a circa 133 mila, con una flessione del 22%. Diminuiscono proprio mentre l’Europa rinforza i controlli, coordina le forze di polizia, armonizza le procedure. Il confine, quando funziona, non è un muro: è un filtro. E i numeri lo dimostrano.
Ma sarebbe ingenuo credere che basti il posto di blocco a fermare i traffici. La vera partita si gioca altrove: nei colloqui riservati tra Bruxelles e Ankara, nei tavoli con Belgrado e Sarajevo, nei protocolli con i Paesi del Maghreb. La gestione dei flussi è diplomazia pura, leve politiche, trattative sui rimpatri, equilibri tra fondi europei e diritti umani. Ma nessuna strategia è credibile se l’Europa non dimostra di saper proteggere i propri varchi. Nessuno tratta seriamente con chi non presidia se stesso. In questo scenario, chi chiede di rimuovere i controlli interni confonde generosità con ingenuità. Forse dimentica che l’accoglienza, per essere nobile, deve essere ordinata. Che la libertà, per essere vera, deve avere confini. E che le frontiere aperte hanno senso solo quando tutti gli Stati che le attraversano parlano la stessa lingua, applicano le stesse regole, condividono la stessa idea di futuro. Perché il confine, se governato, non divide. Protegge. Non chiude. Seleziona. Non tradisce l’Europa. La difende dal diventare soltanto un nome geografico. E anche questo, oggi, è un dovere.
[f.v.]



