Laura Chiatti e la diagnosi di Adhd: «Resto io, con tutte le mie sfumature. Ho imparato a riconoscere il mio valore, e non ho paura di mostrarmi fragile»
Da bambina, Laura Chiatti si sentiva «piena di un mondo interiore vastissimo». Da ragazzina, invece, era ribelle, spesso insofferente: «Sono una persona che non riesce a sottostare a dinamiche ingiuste e soffocanti. Ho bisogno di spazi in cui la mia identità possa evolvere liberamente». Quando era adolescente le piaceva cantare alle feste di paese: «Alle sagre andavo per la maggiore, quando riuscii a passare di grado con il karaoke, si presentò Beppe Fiorello ma io con tutto il rispetto volevo suo fratello Fiorello, di cui da ragazzina ero perdutamente innamorata. Anni dopo glielo confessai in tv».
Oggi le piacerebbe scrivere una storia, «quello sì che mi piacerebbe. Vorrei raccontare una storia che guardi il mondo attraverso gli occhi dei bambini, mi affascina la loro complessità emotiva, che tendiamo a sottovalutare perché non passa dal pensiero ma dal sentire. Ma è proprio lì, in quella sensibilità immediata, che si formano le prime ferite, le prime meraviglie, le prime domande».
A Torino sarà madrina del Festival del Film, dal 21 novembre, ed è emozionata: «Arriva in un momento della mia vita dove sento il bisogno di rimettermi in gioco. Una sfida personale, anche nell’affrontare ciò che per natura mi terrorizza, perché è un festival che ha una storia importante e un pubblico attento».
Laura Chiatti ha da poco terminato le riprese del film di Fausto Brizzi, Quasi Vera. Ha interpretato «la musa che rappresenta la seduzione, la consapevolezza, colei che introduce il protagonista al mondo virtuale». Sull’intelligenza artificiale, però, ha un’opinione netta: «Può cambiare il modo di raccontare e perfino di creare volti e voci, ma non potrà mai sostituire la verità di uno sguardo, o un’emozione vissuta. Piuttosto che temerla dobbiamo imparare a dialogarci, mantenendo però il cuore umano dell’arte».
Oggi, che è un’attrice affermata, ricorda quanto, quindici anni fa, lavorò con Sofia Coppola, in Somewhere, toccando con mano l’insicurezza: «Fu un’esperienza surreale, quando mi chiamò pensai che mi avesse confusa con una mia collega che era seduta accanto a me. Sul set mi sentivo piccola, fragile, persa in un contesto enorme, non parlavo inglese malgrado per mesi, prima delle riprese, avessi studiato con un coach. Sofia è stata dolce, mi ha fatto sentire protetta. Una lezione di umanità, prima che di cinema».
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