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Testament – Para Bellum | Indie For Bunnies

Volendo richiamare l’espressione latina che dà il titolo al loro quattordicesimo album, si potrebbe dire che i Testament non hanno alcun bisogno di prepararsi alla guerra. Sono già pronti a scendere in campo, a colpire con ferocia chirurgica e a non fare prigionieri. Nonostante l’età e gli anni d’oro ormai alle spalle, la band californiana continua a rappresentare un’eccellenza assoluta del thrash metal più tecnico e spietato. E anche quando l’ispirazione non raggiunge i livelli più alti – come accade in parte in “Para Bellum” – i Testament riescono comunque a piazzare una manciata di brani capaci di scuoterci dal torpore autunnale.

Rockman, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Il meglio arriva subito. L’apertura con “For the Love of Pain”, trainata da un ritmo schiacciasassi che sfocia nel blast beat tipico del black metal, lascia letteralmente senza fiato. E il respiro di certo non torna con la successiva “Infanticide A.I.”, un pezzo di violenza inaudita che affronta temi di drammatica attualità come i lati oscuri dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. È thrash metal allo stato puro: la macchina Testament avanza veloce e implacabile, con la precisione di un chirurgo che impugna il bisturi più affilato.

Chuck Billy fa tremare le pareti con un growl monumentale, mentre le chitarre di Eric Peterson e Alex Skolnick intrecciano riff d’acciaio, sorrette da una sezione ritmica che, pur impeccabile dal punto di vista tecnico, risulta pesante come cemento armato. Accanto al leggendario bassista Steve Di Giorgio troviamo, per la prima volta in casa Testament, il batterista Chris Dovas, nuovo innesto che si integra con sorprendente naturalezza.

Con la terza traccia, “Shadow People”, i Testament rallentano leggermente i giri, dando forma a un mid-tempo poderoso e articolato, dalle atmosfere oscure ed epiche. Il livello resta grandioso anche con “Meant to Be”, una ballad orchestrale in cui – incredibile a dirsi – la protagonista è la melodia. La band non è nuova a momenti del genere, ma stupisce sempre vederli abbandonare (per un attimo) la furia distruttiva che li contraddistingue.

Peccato solo che, da “High Noon” in poi, l’album perda un po’ di slancio, eccezion fatta per una “Havana Syndrome” arricchita dalle raffinatezze tecniche del trio Peterson–Skolnick–Di Giorgio e per la conclusiva “Para Bellum”, che con i suoi sei minuti e mezzo chiude le danze in modo maestoso – e con un divertito accenno disco prima della coda finale.

Poche idee realmente nuove, qualche soluzione prevedibile (pur con un apprezzabile “ispessimento” sonoro nei momenti più heavy), ma nel complesso “Para Bellum” non delude. I Testament dimostrano ancora una volta di essere in piena forma, anche senza più dover dimostrare nulla a nessuno.


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