Grosseto, si impicca nella casa da cui sarebbe stato sfrattato poche ore dopo. L’esperta: «L’affitto spesso è la porta d’ingresso alla povertà»
Si è impiccato nella sua casa di Grosseto, quella da cui sarebbe stato sfrattato poche ore dopo. Un uomo di 37 anni è stato trovato morto proprio dall’ufficiale giudiziario che si era presentato nel suo appartamento per notificargli lo sfratto, probabilmente per affitti non pagati. La madre, disperata, ha urlato che il figlio sarebbe «morto per 750 euro».
Appena un mese fa, un pensionato di 71 anni che stava per venire sfrattato si è lanciato nel vuoto dopo aver lasciato un biglietto sul tavolo: poche righe scritte a mano prima di aprire la finestra del suo appartamento. Quando l’ufficiale giudiziario è arrivato per eseguire lo sfratto, insieme al suo avvocato e alle forze dell’ordine, lui non c’era più. È accaduto a Sesto San Giovanni, alle porte di Milano. L’uomo aveva già ricevuto altre notifiche di morosità, ma questa volta il provvedimento era diventato esecutivo.
Drammi personali che, tuttavia, non restano confinati nel privato. Ogni suicidio porta con sé fragilità individuali, certo, ma spesso diventa anche specchio di una condizione sociale sempre più diffusa: quella di chi non riesce più a sostenere i costi di un’abitazione. Il Sunia Milano ha ricordato che nel 2024, solo in città, sono state emesse oltre 14mila richieste di sfratto. Canoni che, spesso, superano un terzo del reddito familiare.
Ne abbiamo parlato con Alice Facchini, giornalista e autrice del libro Poveri noi, uscito per Il Margine. «Oggi esiste una cosiddetta e ampia “fascia grigia”, di cui fanno parte le persone che non hanno i requisiti per la casa popolare, ma non hanno nemmeno il potere d’acquisto per il libero mercato», ci spiega. «Le case pubbliche vengono vendute sempre di più perché non ci sono soldi per le ristrutturazioni o perché gli inquilini, che appartengono alle fasce più povere, sono insolventi: le liste di attesa per le case popolari si allungano, e chi riesce ad entrare ha redditi sempre più bassi. La fascia grigia rimane esclusa».
Perché succede?
«Il tema riguarda sempre la direzione politica che stanno prendendo le regolamentazioni sulla casa. Scelte politiche che vengono fatte da decenni hanno portato a espellere le persone fragili dalle città e anche dai contesti più piccoli: assistiamo a un aumento dei prezzi nella vendita e nell’affitto delle case, specialmente nelle città, che vedono la competizione degli affitti a breve termine che trainano in alto i prezzi. Questa situazione, insomma, non ci è caduta dal cielo, ma è il risultato di scelte».
Quali, ad esempio?
«Prendiamo l’ultimo governo: la sua politica pubblica non va in direzione del sostegno delle persone fragili. Basti pensare alla dismissione del fondo per morosità incolpevole, che sosteneva gli inquilini che, per determinati periodi o motivazioni, non riuscivano a pagare, e faceva sì che tanti sfratti venissero rimandati, lasciando più tempo per trovare una soluzione. Oggi manca un piano casa che regolamenti questo tema: Matteo Salvini lo aveva annunciato, ma non è mai stato fatto e non mai state stanziate risorse. Quando uno stato delega le scelte di visione, allora subentra il privato, che fa – come è naturale – i suoi interessi, e non quelli della collettività. È lo stato che dovrebbe avere il ruolo di tutelare gli interessi di tutti».
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