Veneto

Pasquale, il clochard di Piazzale Roma, dovrà scontare un anno e 8 mesi

Si tratta del primo esito tangibile tra i numerosi procedimenti che coinvolgono l’uomo, cinquantenne nato in Germania da genitori campani, che da oltre un decennio aveva eletto piazzale Roma a propria dimora, diventando figura controversa del crocevia viario di Venezia.

Pasquale si trova attualmente nel carcere di Santa Maria Maggiore, dove sta seguendo un percorso di cure e riabilitazione. È detenuto dal 13 ottobre scorso, in seguito a un’ordinanza di custodia cautelare disposta dallo stesso giudice che ieri ha pronunciato la condanna. Il provvedimento arriva dopo un accumulo di una lunga serie di segnalazioni, denunce e violazioni di ordini di allontanamento, con i quali si è tentato per mesi di limitare la sua presenza in aree centrali della città.

Alla fine, il processo che ha portato alla condanna riguardava la violazione di un Dacur – il divieto di accesso alle aree urbane, comunemente noto come Daspo urbano – emesso dal Questore di Venezia. Secondo l’accusa, il clochard aveva ignorato il provvedimento, continuando a frequentare piazzale Roma nonostante il divieto. È stato invece assolto da due ulteriori contestazioni relative al mancato rispetto di divieti di dimora disposti dall’autorità giudiziaria.

La sentenza, che non prevede sospensione della pena né concessione di attenuanti generiche, è stata letta ieri in Tribunale alla presenza dello stesso imputato, apparso visibilmente provato e meno combattivo rispetto alle precedenti udienze. In passato, Pasquale aveva spesso utilizzato i processi come palcoscenico per dichiarazioni e proteste, presentandosi come “pseudo-attivista politico” e rivendicando la propria libertà di vivere per strada.

Il suo avvocato difensore, Federico Tibaldo, ha già annunciato ricorso al Tribunale del Riesame, che il prossimo 19 novembre discuterà la richiesta di annullamento dell’ordinanza di carcerazione. Pochi giorni dopo, il 24 novembre, Aita tornerà in aula per il processo principale che lo vede imputato per decine di violazioni di ordini del Questore e altri reati, in un procedimento che i magistrati definiscono di eccezionale complessità per la mole di capi d’accusa e la natura stessa del caso.

Negli anni, la figura di Aita è stata al centro di un crescente contenzioso tra esigenze di sicurezza, ordine pubblico e tutela dei diritti individuali. La sua presenza costante a piazzale Roma, accompagnata da scritte sui muri e proteste verbali contro magistrati, politici e funzionari pubblici, ha attirato numerose denunce. In più occasioni, l’uomo era stato accusato di danneggiamenti e atti vandalici, tra cui l’imbrattamento con bombolette spray delle pareti del Palazzo di Giustizia e delle auto della polizia locale, nonché di aver reso inutilizzabili alcune apparecchiature di servizio pubblico.

Le contestazioni a suo carico includono anche episodi di aggressione e offese rivolte a pubblici ufficiali. In un’occasione aveva colpito un giudice con un pugno, dopo essere stato rimproverato per i continui insulti gridati davanti al tribunale. Un altro episodio ha riguardato insulti a sfondo razzista contro una vigilante della Cittadella della Giustizia.

La Procura di Venezia gli contesta, tra gli altri, il reato di danneggiamento di sistemi informatici per aver oscurato le telecamere di videosorveglianza del Tribunale. Secondo l’accusa, il gesto era parte di una campagna di protesta personale condotta per anni attraverso scritte e insulti contro istituzioni e autorità.

Pasquale, secondo le relazioni dei servizi sociali, ha sempre rifiutato i percorsi di accoglienza e le strutture messe a disposizione dal Comune, scegliendo di restare in strada nonostante le condizioni di vita precarie e i ripetuti ordini di allontanamento. La sua presenza davanti al Palazzo di Giustizia era diventata fonte di preoccupazione anche per motivi igienici: nelle ultime estati, cumuli di rifiuti e deiezioni nei pressi dell’ingresso avevano sollevato segnalazioni da parte dei sindacati dei lavoratori della giustizia, che lamentavano condizioni di scarsa salubrità.

L’uomo era divenuto noto anche per la costanza con cui, nonostante i numerosi Daspo e provvedimenti di divieto, tornava regolarmente nel medesimo luogo. In un caso, un ordine di allontanamento non era stato neppure notificato perché le autorità non erano riuscite a rintracciarlo, benché vivesse stabilmente di fronte al tribunale.

Nei mesi precedenti l’arresto, la situazione era progressivamente degenerata. Aita aveva intensificato le sue azioni di protesta, moltiplicando le scritte ingiuriose sui muri del piazzale e sui mezzi pubblici, e prendendo di mira magistrati, amministratori locali della Regione del Veneto e del Comune di Venezia. La scorsa estate, la Procura aveva valutato anche l’ipotesi di procedere nei suoi confronti applicando norme del codice antimafia, al fine di impedirgli di continuare a occupare lo spazio pubblico.

Le sue vicende giudiziarie comprendono decine di capi d’imputazione. In alcuni casi, si tratta di violazioni amministrative legate agli ordini di allontanamento; in altri, di episodi più gravi, come minacce e danneggiamenti. Tra le denunce più recenti figura quella di una consigliera regionale che, lo scorso febbraio, aveva segnalato di essere stata inseguita e minacciata di morte dall’uomo in pieno giorno, a piazzale Roma.

La condanna di ieri, pur riguardando un singolo episodio, segna un punto di svolta nella gestione giudiziaria di un caso che ha assunto rilievo anche sociale e sanitario. In carcere, Aita ha iniziato un percorso di cure e appare, secondo chi lo ha visto in aula, in condizioni psicofisiche migliori rispetto ai mesi precedenti. La detenzione, almeno per ora, sembra aver interrotto un circolo vizioso che da anni opponeva l’uomo alle istituzioni cittadine.

La vicenda di Pasquale solleva tuttavia interrogativi più ampi sul rapporto tra disagio psichico, marginalità e giustizia. Il caso è stato definito da alcuni osservatori un “cortocircuito istituzionale”, in cui si intrecciano i limiti dei servizi sociali, le difficoltà del sistema sanitario nel trattare persone non collaboranti e l’impossibilità, per la giustizia ordinaria, di gestire in modo efficace chi rifiuta qualsiasi forma di aiuto ma continua a violare le regole.

Il clochard è diventato così un caso emblematico di come il sistema penale e quello assistenziale fatichino a trovare risposte condivise per le situazioni di marginalità estrema. L’arresto e la condanna intervengono con una pausa forzata, ma non risolvono il nodo di fondo: come conciliare il diritto alla libertà individuale con l’esigenza di ordine e sicurezza pubblica.

Il prossimo appuntamento giudiziario sarà decisivo per capire il futuro del clochard di piazzale Roma. Il 19 novembre il Tribunale del Riesame dovrà pronunciarsi sulla richiesta di scarcerazione, mentre a gennaio è fissata una nuova udienza per il processo principale, che racchiude oltre cento capi di imputazione. Fino ad allora, Pasquale Aita resterà nel carcere veneziano di Santa Maria Maggiore, dove continua a ricevere cure e assistenza.


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