Coltello a lama aperta e messaggi nel cellulare, come cambiano le indagini per l’omicidio Cumani

Hekuran Cumani è morto a seguito di un fendente al petto che ha spezzato una costola e raggiunto il cuore. Secondo la Procura di Perugia il colpo mortale sarebbe stato inferto a Yassin Hassen Amri, 21enne magrebino nato nel capoluogo umbro. Dopo l’omicidio, secondo l’accusa, il giovane avrebbe gettato il coltello e il cellulare nel Tevere, a Ponte San Giovanni.
La Procura di Perugia contesta al giovane, difeso dall’avvocato Vincenzo Bochicchio, il reato di omicidio “perché, nottetempo, nel corso di una lite in atto tra lui medesimo ed alcuni amici, tra i quali l’indagato M. A. nei confronti di altri giovani giunti a Perugia da Fabriano unitamente alla vittima Hekuran Cumani e al fratello Samuele Cumani”. Nella ricostruzione accusatoria la lite sarebbe “scoppiata per banali motivi nel parcheggio adiacente un locale dove tutti avevano trascorso la serata” e nel corso della quale veniva aggredito Samuele Cumani. Nella lite l’indagato avrebbe cagionato la morte di Hekuran cumani “colpendolo all’emitorace destro con un fendente (arma da taglio) che determinava un tramite di lunghezza complessiva pari a 8 cm, decedendo il predetto per insufficienza cardiocircolatoria acuta conseguente alle gravi lesioni toraciche”.
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Nella ricostruzione effettuata dagli investigatori l’indagato “a seguito del gesto di sfida lanciato da M. A., che, armato di un coltello, aveva minacciato alcuni giovani, amici della vittima” avrebbe recuperato “un coltello dal suo giaccone – coltello non rinvenuto – e brandendo nell’altra mano il coltello, nel frattempo lanciato a terra da M. A., si avventava su Hekuran Cumani, fronteggiandolo con insistenza con in mano entrambi i coltelli, tentando la vittima di difendersi dai plurimi colpi con le mani, infine, attingendolo all’emitorace destro, con il coltello non rinvenuto (verosimilmente a serramanico, con lama mono tagliente non irregolare)” con un fendente che “fratturava la V costa, proseguiva nei tessuti molli dello spazio intercostale e interessava la faccia costale del lobo del polmone omolaterale”, ivi provocando “una ferita di lunghezza di 3 centimetri e raggiungeva il pericardio e il margine destro del ventricolo destro”. La vittima, colpita, “cadeva a terra (provocandosi escoriazioni ad entrambe le ginocchia), quindi, si rialzava, faceva alcuni passi” per raggiungere il fratello “e si accasciava esamine davanti a lui, battendo a terra il capo nella parte occipitale mediana”.
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Contestata anche l’aggravante “di aver commesso il fatto nottetempo, nel corso di una lite che aveva coinvolto molti giovani, tra i quali Samuele Cumani, che già giaceva seduto a terra per lesioni subite, quindi, in circostanza di tempo e di luogo tali da ostacolare la privata difesa, nonché, per abbietti motivi di dare manforte al correo M. A., che, a sua volta, per motivi banali ed insensati, aveva iniziato a minacciare gravemente i presenti con un coltello a seguito di un alterco verbale scaturito da una battuta su una squadra di calcio”. Alterco al quale erano rimasti del tutto estranei i due fratelli Cumani. Dopo il delitto, l’indagato si sbarazzava di telefono e coltello, gettandoli nel Tevere, come dichiarava nel corso dell’interrogatorio.
Oggetti per la cui ricerca venivano allertati i sommozzatori dei Vigili del fuoco e che venivano rinvenuti “sul fondo del fiume Tevere a circa 5 metri dal ponte denominato Pontevecchio (località Ponte San Giovanni)”. Si tratta di “un coltello a serramanico con dispositivo del blocco di lama con manico nero e inserti metallici sul manico; coltello adagiato sul fondo nell’area del fiume tra il ponte e la diga” e che agli operatori di polizia giudiziaria appariva “fondatamente, l’arma utilizzata ed impugnata da Yassin Hassen Amri per colpire mortalmente Hekuran Cumani, arma sino ad ora non rinvenuta nel corso delle molteplici perquisizioni effettuate nelle indagini, presso la sua abitazione e quella di un familiare”.
Secondo i rilievi fotografici e le misurazioni effettuate dalla Polizia scientifica il coltello “appare del tutto sovrapponibile e del tutto similare a quello emerso dalle indagini come in uso all’indagato”. In particolare è quanto emergerebbe dalle dichiarazioni di un amico che ha riferito “di aver visto nel viaggio di ritorno dal locale dopo i fatti, all’interno della autovettura sulla quale viaggiavano”, l’indagato con il coltello in mano “di quelli che si possono richiudere con una lama di circa 10 centimetri”, dichiarazioni confermate dalle intercettazioni con gli altri amici dell’indagato. L’autopsia ha rilevato delle ferite compatibili con la lama ritrovata nel Tevere, ipotizzando sin da subito che si trattasse di lama “mono tagliente”.
Uno degli indagati, inoltre, sentito dagli investigatori ha dichiarato di non aver visto nulla la sera dei fatti, ma in altre circostanze aveva visto il coltello in uso all’indagato: “Era mi sembra, scuro, metallico, anche il manico. Era un coltello a scatto. Uno che mi ricordo aveva dei dettagli in legno nel manico. Ne ho visto uno tanto tempo fa, non so se lo ha cambiato. Ribadisco metallico con il dettaglio in legno nel manico”.
Poco distante i sommozzatori trovavano anche “un telefono cellulare Apple Mode Iphone 15” riconducibile a quello in uso all’indagato “la sera dei fatti”. Telefono “risultato con batteria attiva ancora anche se spento”. Gli accertamenti sull’Imei, il numero che identifica ogni singolo cellulare, hanno dato la certezza dell’appartenenza.
Gli investigatori sono a caccia, nel cellulare, delle “comunicazioni anche di testo (messaggistica)” che l’indagato avrebbe scambiato “con vari soggetti tra i quali l’amico già emerso dalle attività captative, … al quale è stato sequestrato il telefono attualmente oggetto di analisi” scientifiche. Per la Procura di Perugia si tratta di informazioni importanti da acquisire, alla luce delle dichiarazioni che l’indagato avrebbe fatto agli amici, confessando “la propria responsabilità … attraverso messaggi che potrebbero essere recuperati e/o anche ad altri soggetti allo stato non identificati”. Confessione negata dall’indagato nel corso dell’interrogatorio davanti al giudice.
La Procura ha disposto il sequestro del cellulare (di colore blu scuro-nero, con cover in gomma marca Fonex e vetro salvaschermo danneggiato, privo di sim card) “ai i fini accertativi sì da estrapolare la messaggistica; apparendo di assoluto interesse investigativo le comunicazioni telematiche telefoniche di messaggistica istantanea su varie piattaforme inerenti i fatti occorsi nella notte tra il 17 e 18 ottobre 2025, afferenti l’aggressione” mortale e di ogni “comunicazione con i soggetti emersi dalle sit facenti parte del gruppo dei perugini, e altri eventuali amici di Amri e conoscenti anche allo stato ignoti con i quali egli affronti l’argomento dei fatti predetti, nonché anche le eventuali fotografie e immagini relative alla nottata” nel piazzale dell’università. Nel verbale di rinvenimento gli investigatori scrivono che “il telefono risultava spento, pertanto veniva effettuato un tentativo di accensione alle ore 12.50 circa, che dava esito positivo. L’apparecchio, infatti, si accendeva indicando una percentuale di batteria del 27%, dopodiché veniva nuovamente spento”.
Sequestrato anche il coltello, trovato in fondo al Tevere, con la lama aperta, “per accertamenti tecnici di rilievi biologici alla ricerca di tracce e comunque ai fini di indagine”.
Tutti elementi che potrebbero far cambiare la strategia difensiva in vista dell’udienza davanti al Riesame, fissata per il 18 novembre. Fino a pochi giorni fa, infatti, l’assenza della probabile arma del delitto e del cellulare, giocavano a favore dell’indagato, in quanto sarebbe stato difficile provare che avesse impugnato l’arma, tanto meno che avesse inviato messaggi compromettenti. Con il duplice ritrovamento e in attesa dei risultati degli accertamenti scientifici, però, questa sicurezza potrebbe venire meno.
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