Cultura

Emma Grace – Satellites | Indie For Bunnies

Quadri musicali tra sperimentazione, arte, pop alternativo ed elettronica quelli realizzati da Emma Grace musicista multiforme, compositrice, cantante e violinista italo-americana che nell’arco di tre album (“Backgrounds”, “Wild Fruits and Red Cheeks” e “Cravings of Pegasus”) si è progressivamente spogliata di ogni inibizione sonora cercando di far convivere dimensione fisica e mentale.

Credit: Iris Casagrande

Il corpo e la voce, entrambi elementi centrali nell’evoluzione di Emma Grace, che non a caso cita tra le proprie fonti d’ispirazione Laurie Anderson e Caroline Polachek soprattutto nel partire sempre e comunque dalle melodie che poi si trasformano in testi, parole che affascinano per suono e fonetica.

Vero anche nel quarto disco “Satellites” nato durante una residenza artistica a Cagliari, con Tobia Poltronieri (C+C = Maxigross). Nove brani che pulsano, vibrano, si snodano tra tracce vocali sovrapposte come in “Hyena”,  i paesaggi tra elettronica e spoken word di “Scars And Stars”, l’ambient pop di “Satellite” e l’intensità quasi dolorosa di “Stuck”.

“N.F.T.W. (not from this world)” è il brano più collaborativo e psichedelico, “Ark” torna alle atmosfere di “Hyena” rilette in chiave più notturna e lunare, tra il minimalismo e le delicatezze soniche di una “The Roe (wild you)” spettrale con il violino che diventa fantasma in sottofondo, come le percussioni eteree di “Lava” poco dopo.

Chiusura in 6/8 con “Fireflies” ancora più minimale con le corde di basso e violino a tracciare melodie che ricordano quelle di un koto giapponese in un equilibrio apparentemente fragile ma in realtà solido tra mondi musicali diversi all’insegna della contaminazione cercata e raggiunta  con eleganza.

C’è una scena che attraversa tutto il disco: quando guardi il cielo e pensi di vedere una stella cadente, e invece è un satellite, cosa fai? Lo accogli nella meraviglia o trasformi tutto in disincanto?“

Si chiede Emma Grace e nella distanza siderale tra meraviglia e disincanto sta tutto il senso di “Satellites”,  un album che gioca con stili e generi alla ricerca di una libertà quasi infantile, fanciullesca, che lascia dietro di sé quel poco di mistero che oggi forse manca sempre più.


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