Addio a Giorgio Forattini, il re della satira italiana
È morto Giorgio Forattini, il vignettista che ha saputo trasformare la satira in un’arma affilata e irresistibile. Aveva 94 anni.
La notizia della scomparsa, avvenuta a Milano, è stata diffusa da Il Giornale, una delle ultime testate con cui aveva collaborato.
Nato a Roma nel 1931, Forattini è stato molto più di un semplice disegnatore: è stato uno specchio, a volte deformante ma sempre lucidissimo, dell’Italia repubblicana.
Con la sua matita ha attraversato cinquant’anni di storia politica, colpendo con uguale sarcasmo governi, opposizioni e potenti di ogni colore.
È stato il primo a portare le vignette in prima pagina, ogni giorno, trasformandole in un appuntamento quotidiano per milioni di lettori: un privilegio mai concesso prima a un disegnatore satirico.
Dopo una giovinezza fatta di mille lavori — operaio, rappresentante, consulente musicale — il destino lo chiamò nel 1971, quando vinse un concorso per Paese Sera.
Tre anni dopo, la svolta: il 14 maggio 1974, in prima pagina apparve la sua vignetta sulla vittoria del “No” al referendum sul divorzio. Da quel giorno, nulla fu più come prima.
Iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio dal 1975, Forattini divenne presto una firma irrinunciabile. Collaborò con Panorama, poi con Repubblica, dove nel 1978 inventò Satyricon, il primo inserto interamente dedicato alla satira politica.
Nel 1979 assunse la direzione del periodico Il Male, simbolo di un’epoca in cui la satira era ribellione pura. Nel 1982 passò a La Stampa, portando le sue vignette ancora una volta in prima pagina, e due anni dopo tornò a Repubblica, dove rimase fino al 1999.
Il suo tratto, inconfondibile, era un colpo di bisturi travestito da sorriso. Enrico Berlinguer in vestaglia, che sorseggia un tè infastidito dai cori di piazza, è forse la sua immagine più celebre: dolce e pungente insieme, come tutta la sua arte.
Non risparmiava nessuno: Craxi, Andreotti, Berlusconi, Prodi, D’Alema — tutti finirono sotto la sua lente ironica, tra accuse di faziosità e difese appassionate della libertà di satira.
Il divorzio da Repubblica, nel 1999, arrivò dopo una sua vignetta su Massimo D’Alema, che gli costò una querela poi ritirata. Ma la frattura restò.
Da allora collaborò con La Stampa, poi con Il Giornale e infine con il gruppo QN Quotidiano Nazionale, continuando a disegnare con la stessa ironia caustica di sempre.
Con Forattini se ne va un pezzo di storia del giornalismo italiano, uno di quelli che sapevano dire più con un disegno che con mille parole.
Un osservatore spietato e geniale, che ha insegnato a tutti che ridere del potere è il primo passo per capirlo.
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