Società

Il neuropsichiatra infantile Luigi Mazzone: «Nessuna prova di causalità che il paracetamolo in gravidanza causi autismo»

Più di una volta, negli ultimi tempi, Donald Trump ha attirato l’attenzione mediatica con dichiarazioni molto forti riguardo all’uso del paracetamolo durante la gravidanza, affermando che potrebbe aumentare il rischio di autismo nei nascituri. Il presidente degli Stati Uniti baserebbe le sue affermazioni su uno studio, di cui primo autore è l’italiano Andrea Baccarelli, dal 2024 preside della T.H. Chan School of Public Health di Harvard, secondo il quale «l’evidenza suggerisce che l’uso di acetaminofene per le donne incinte, specialmente nell’ultima fase della gravidanza, potrebbe causare effetti neurologici nei loro bambini». Nessun nesso causale, però, e nessun’altra chiara evidenza dalla comunità scientifica sono emersi negli anni.

Numerosi esperti hanno piuttosto messo in guardia contro questa generalizzazione, sottolineando che studi osservazionali — anche quelli più ampi — possono solo suggerire correlazioni e che è necessario un quadro di prove più solido prima di avanzare raccomandazioni restrittive. A questo proposito abbiamo intervistato Luigi Mazzone, Direttore di Neuropsichiatria Infantile al Policlinico Tor Vergata di Roma nonché uno dei massimi esperti di autismo in Italia, per chiarire cosa sappiamo oggi (e cosa no) sul rapporto fra paracetamolo e autismo.

Che prove ci sono a livello scientifico che supportano l’associazione tra l’uso di paracetamolo in
gravidanza e un aumento del rischio di autismo nei bambini?
«La maggior parte delle evidenze scientifiche attuali che hanno segnalato una possibile associazione tra uso di paracetamolo in gravidanza e aumentato rischio di disturbi del neurosviluppo (ad esempio ASD, ADHD) proviene da studi osservazionali di coorte [nei quali si si segue nel tempo un gruppo di persone, nda] o gli studi caso-controllo [in cui si confrontano persone con una malattia e persone senza, nda] e da meta-analisi [cioè analisi di altri studi passati, nda] che tuttavia mostrano associazioni deboli o moderate e qualche segnale che gli effetti tendono a crescere con l’aumentare della quantità assunta, ma non causalità. Studi con disegno più robusto che per esempio hanno confrontato i bambini esposti con i loro stessi fratelli o sorelle non esposti, non hanno designato alcuna associazione significativa. Un esempio importante risulta essere sicuramente l’analisi sibling-control pubblicata su JAMA (2024)».

Quali possibili variabili confondenti (che potrebbero spiegare un’associazione apparente)?
«Tra le possibili variabili confondenti che potrebbero spiegare un’associazione tra uso di paracetamolo e insorgenza di disturbi del neurosviluppo abbiamo la febbre o più precisamente l’infezione materna durante la gravidanza: la febbre stessa e/o l’infiammazione sono stati collegati a maggiore rischio di esiti neurologici nel feto. Molte donne assumono paracetamolo proprio per far diminuire la febbre, tuttavia è da considerare la gravità della durata della condizione clinica di base che richiede l’assunzione di farmaci come la presenza di un’infezione prolungata. Vi è poi l’uso simultaneo di altri farmaci o esposizioni ambientali (alcool, fumo, esposizioni professionali, pesticidi) che possono influenzare lo sviluppo neurologico. Infine, ci sono fattori familiari/genetici e socioeconomici (età genitoriale, storia familiare di disturbi neuropsichiatrici, livello di istruzione, accesso alle cure) e soprattutto neurobiologici che possono essere associati sia all’uso di farmaci sia al rischio di diagnosi. Tuttavia, in letteratura si ritrovano diversi studi caso-controllo [sono gli studi in cui si parte da due gruppi di persone, uno con la malattia (i casi) e uno senza (i controlli) e si guarda indietro nel tempo per vedere se i due gruppi si sono differenziati nell’esposizione a un certo fattore, nda] per fattori familiari che ne annullano spesso l’associazione».


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