Stefano Unterthiner racconta le Svalbard: «È un mondo talmente estremo che una volta che lo provi fai fatica a dimenticarlo e sogni solo di tornarci. Amo gli animali, ma la natura sta diventato un bene di lusso»
Hai trascorso alla Svalbard il lockdown durante il Covid
«Si. Io, mia moglie e i nostri due bambini. Tutto si è bloccato, anche le spedizioni in barca, le ricerche scientifiche e molte cose che mi ero prefissato di fare. Ma, nello stesso tempo, abbiamo anche avuto la fortuna di vedere le Svalbard senza turisti. Perché è questo che sono diventate ultimamente, una meta turistica molto accessibile, bastano due voli e sei con un piede nell’Artico. In quel periodo invece ho potuto trovare la connessione con la natura che cerco sempre per me e per le mie fotografie. Andavo in motoslitta per chilometri senza vedere mai nessuno. Si sono create anche le condizioni per vedere l’orso polare che va cercato con cautela, con imbarcazioni particolari. La mostra racconta tutto quello che ho realizzato in questi anni, 60 immagini da un archivio di circa 25mila immagini selezionate. Ma mi è rimasta l’attrazione per quei luoghi, per quegli spazi, per quegli animali. È un mondo talmente estremo che una volta che lo provi fai fatica a dimenticarlo e sogni di tornarci».
Che rapporto hai sviluppato con le Svalbard in questi anni in cui le hai frequentate?
«Un rapporto più intimo, scoprendole a piedi, in solitaria, mentre in genere si scoprono in nave. La bellezza nascosta dell’Artico se non la si vede non si riesce a capire».
Come sta agendo il cambiamento climatico su questo ambiente?
«Grazie ad un progetto sul cambiamento climatico abbiamo potuto raccogliere testimonianze di persone che erano lì da molto tempo prima di noi. E tutti ci hanno detto che le Svalbard non sono più le stesse. Per esempio, il fiordo davanti alla capitale non ghiaccia più completamente. Questa è la zona artica più soggetta a cambiamento climatico di tutto il mondo. Per centoundici mesi consecutivi è stata registrata una temperatura media mensile al di sopra del normale (marzo 2020 ha interrotto la sequenza negativa, tornando sotto la media di 0,5° C). In generale, tutto l’Artico si sta riscaldando più del doppio rispetto al resto del pianeta. Alcune persone hanno perso la loro casa a causa della scomparsa del permafrost e sono costretti a spostarsi in zone diverse. Ci sono smottamenti prima inesistenti, valanghe mai viste prima che hanno fatto vittime. Sono aumentate le piogge invernali, che hanno effetti drammatici sull’alimentazione degli animali, in particolare delle renne, perché quando si forma il ghiaccio dopo la pioggia non riescono più a mangiare».
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