Buzzurro, o come rovinare un’amicizia
Jane e Jonathan, vecchi colleghi americani di quando lavoravo per una compagnia statunitense, moglie e marito con uno di quei matrimoni che ho sempre definito di fabbrica, in occasione del Giubileo erano venuti a Roma con un viaggio programmato da tempo nel dicembre del 24, ma anche con accresciuta soddisfazione da quando era stato eletto Papa un loro connazionale, tanto da farmi riflettere su quanta fosse la fede e non la curiosità a spingerli nella Città Santa per vedere da vicino il nuovo Top Manager dello Stato Vaticano, per la prima volta un gestore a stelle e strisce.
Entrambi, studenti liceali nel collegio italiano di San Gennaro, nella contea di Queens, avevano continuato ad approfondire la lingua italiana per il richiamo della latinità, impressa loro dai genitori fin dall’infanzia, in età non sospetta, con le famiglie che vivevano distanti, perfettamente sconosciute l’un l’altra, fin quando i ragazzi non si conobbero frequentando lo stesso College, per poi finire a lavorare sotto lo stesso tetto aziendale; lei per prima, come segretaria del direttore agli acquisti, lui rispondendo all’annuncio richiedente un esperto elettricista manutentore per la messa in funzione della linea informatica, al tempo indicata come Centro Elaborazione Dati.
Essere occupati a poca distanza, per la medesima società, cementò la loro conoscenza, tanto da condurli all’altare in meno di due anni. Matrimonio riuscito, se dopo più trent’anni erano ancora insieme a Roma, miei ospiti, non essendosi mai interrotto il reciproco contatto.
Privi di una prole che non era venuta, liberi di muoversi a piacimento, negli anni avevano scorrazzato su e giù per il globo, ma quella era la prima volta che avevano l’occasione di visitare Roma, utilizzandomi come guida. Parlavano distintamente l’Italiano avendo frequentato corsi di perfezionamento negli States, presso la consociata estera dell’Accademia della Crusca.
Tutto bello, tutto very nice, tremendous. Oh my God: marvellous!
Tutto bene fin quando, in sosta al tavolo di un bar all’aperto, per un aperitivo in zona Bocca della Verità, l’argomento (era inevitabile) cadde su Trump e con meraviglia fui folgorato da come immediatamente Jane prese le sue difese, tessendone un esaltante panegirico, da posizionarlo su un piedistallo, prossimo alla santità da attribuirgli in vita, per l’impegno profuso in favore sella PACE. Un elogio supportato con minore veemenza anche da Jonathan.
Davvero un punto di vista poco in sintonia col mio, indirizzato a chiedersi come fosse possibile che due persone morigerate come loro potessero dimenticare, tanto in fretta, l’episodio dell’assalto al Campidoglio ad opera di scagnozzi da lui comandati, una delle pagine più vergognose del Paese che si erge a sentinella della democrazia e della libertà del pianeta. Con tatto e rispetto ho proseguito nel sostenere il mio disappunto sul comportamento di un uomo mentalmente disturbato, difficile da interpretare per la volatilità delle decisioni enunciate un giorno e subito sovvertite il giorno dopo.
Quando però la discussione prese la piega che non avrei mai voluto, con entrambi i miei ospiti a difendere a spada tratta il povero Donaldo con il suo MEGA: “Era ora che un Presidente prendesse il toro per le corna per riportare la Nazione sullo scranno che le compete.” Jane si espresse con le testuali parole senza una sbavatura lessico grammaticale e la mia meraviglia crebbe ancora. Così decisi di provare a non imputridire di più quella che era stata da sempre una buona amicizia.
“Bene! Chiudiamola qui. Per voi è al limite della santità per il suo impegno di PACE. Per me un emerito buzzurro, ignorante e maleducato. E passiamo a continuare il nostro periplo nell’arte e nella storia antica. Che è molto più interessante.” Volendo, come Jane, rispolverare con quel periplo un italiano aulico.
“Fai presto a dire: finiamola qui; negli Stati Uniti ignorante e maleducato, aggettivi squalificativi, te li condonerebbero, ma stai certo che con buzzurro finiresti in tribunale per vilipendio nei confronti della più alta Autorità in carica e un po’ di carcere non te lo leverebbe nessuno.” Risposi “Nooo! Ma vogliamo scherzare!?” E da lì dovemmo interrompere la visita della città, ricorrendo alla consultazione del dizionario della Crusca, riconosciuto, tutti e tre insieme, come l’arbitro più idoneo a dirimere la vertenza.
“Di etimo incerto. Buzzurro, sostantivo maschile, viene ad indicare il caldarrostaio che vende le castagne arrostite per strada, da cui, per estensione, persona dai modi grossolani e maleducati. Alla fine, la sentenza della Crusca non ha portato alcuna chiarezza in merito. Ognuno dei tre è rimasto sulle sue posizioni.
In compenso, ha stabilito che il termine si attaglia perfettamente al soggetto in discussione (almeno per me) e perciò, non contenendo in sé niente di offensivo, buzzurro si può dire tranquillamente (almeno in Italia.) Tuttavia, senza poter impedire che andasse ad intaccare un’amicizia, vecchia di quarant’anni e passa.
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