Cultura

Angeli anormali: sull’addio di Roberta Sammarelli dai Verdena

Credit: Carlo Polisano from Milano, Italia, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

Perché?

Non importa davvero.

Le spiegazioni, in fondo, sono sempre un tentativo di razionalizzare ciò che la vita scioglie con naturalezza. Quello che resta, ciò che conta, sono i dischi, le storie, gli ascolti, le sensazioni, gli aneddoti personali che ciascuno di noi conserva come reliquie intime. Una generazione intera — forse l’ultima veramente analogica — continua a vivere anche di questo: di musica vera, suonata, sudata, vissuta fino allo stremo, fino a sanguinare emozioni.

Partiamo, allora, dalla stessa naturalezza e sincerità che contraddistinguono Roberta Sammarelli. La nostra malinconia oggi è limpida, onesta, necessaria. Chi segue i Verdena dagli albori sa che non si tratta solo di un gruppo, ma di un pezzo di vita. Quasi trent’anni di storie, di tappe, di attese, di suoni che ci hanno attraversato come stagioni. E quando riavvolgi il nastro, capita che la nostalgia ti sorprenda. Ogni cosa, anche la più dura, passa attraverso il filtro del tempo, che tutto deforma, attenua, abbellisce. Gli anni che non torneranno più, le notti che ci hanno fatto tremare, le cose vissute e quelle che, purtroppo, ci siamo lasciati scappare.

Al di là del basso incalzante di Roberta, della sua presenza scenica e della sua scelta personale, oggi ci manca una parte di noi. Roberta non ha fatto altro che ricordarcelo: che non possiamo riprenderci il passato, ma possiamo continuare a scoprirne altri, a intrecciare nuove storie, nuove canzoni, nuovi incontri. Perché questo viaggio non è finito. È solo cambiato il mare.

E i mari, si sa, anche quando sembrano lontani, comunicano tra loro. Correnti calde e fredde li attraversano e li tengono vivi. Così siamo noi, frammenti dispersi di un unico oceano che continua a muoversi, a cercare, a non arrendersi. L’unica vera fine è il silenzio. È la solitudine che ci separa dal mondo. E anche se il mondo, oggi, può sembrarci insopportabile — con le sue guerre, la violenza gratuita, la disumanità che scorre come un veleno quotidiano — restare vivi significa continuare a sentire. Continuare a suonare dentro, anche quando tutto fuori sembra fermo.

Ho visto i Verdena per l’ultima volta a Ypsigrock, dopo “Volevo Magia”. Un palco che di correnti ne ha viste passare tante, di viaggi e di sogni. Lì, davanti a quella musica che scorreva come una marea elettrica, ho rivisto anche il mio percorso: i film che si rincorrono nella mente, i volti, le città, le parole, le notti che non dimentichi mai. Tutti quei piccoli film che si incastrano e diventano uno più grande, più rumoroso. Un film chiamato futuro. E noi, spettatori e protagonisti insieme, non possiamo fare altro che guardarlo, accettarlo, viverlo.

Non serve affondare nei punti bassi. Non servono le recriminazioni, né le polemiche sterili. Quelle lasciamole a chi ha costruito il proprio potere sul vuoto. Noi non siamo politici senza idee, né banchieri senza anima, né vecchi guerrafondai che riempiono la propria noia con armi, lacrime e disumanità. Noi siamo quelli che ancora credono che la musica possa essere una forma di comunione, un linguaggio che salva.

E se qualcuno ci guarda male o ci considera strani, poco male: in fondo siamo sempre stati così, “angeli anormali”. E continueremo a esserlo, perché il messaggio suonato dai Verdena, da Roberta Sammarelli e da tante altre band, famose o no, è che il suono è nel cuore e i suoi riverberi, i feedback, gli echi e le distorsioni ci hanno insegnato a resistere, a sentire, a ricordare che la bellezza, come il dolore, non muore mai.


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