Umbria

Terni, Gino Cecchettin agli studenti: «Chiedere scusa richiede più coraggio che usare violenza»


di L.M.

«Pensiamo sempre che l’amore sia ciò che riceviamo, invece è un atto di fede, che dobbiamo fare, per dare all’altro». Così Gino Cecchettin, padre di Giulia e presidente della Fondazione che porta il nome della giovane vittima di femminicidio, rispondendo a una delle domande delle studentesse e studenti di Terni, che lunedì mattina hanno partecipato ad un incontro dedicato all’educazione al rispetto, contrasto agli stereotipi e prevenzione della violenza di genere.

L’incontro Ad introdurre il dialogo con gli alunni delle scuole secondarie di secondo grado, la dirigente del Comune settore Welfare, Donatella Accardo: «La violenza è un fenomeno trasversale, al quale non ci si deve abituare. A Terni, nel mese di luglio, sono state 70 le donne accolte nei rifugi del Comune. Accogliamo anche donne fuori dall’Umbria che scappano dal maltrattante». Quello di lunedì mattina un incontro che, partendo dalla storia di Gino e Giulia Cecchettin, ha stimolato numerose domande da parte di studentesse e studenti, trasformandosi in un vero e proprio dialogo.

Gino Cecchettin «Io sono un papà. Non sono il dottor Gino, il signor Gino. Tutti appellativi che mi mettono in imbarazzo. Sono un papà che non si è ostinato a dire ‘fine’ alla storia d’amore con la propria figlia e voglio continuare a farla vivere, quindi vi racconterò la mia storia. Da genitore, come farei con Elena e Davide, come facevo con Giulia. Guardatemi come fossi un papà». Ha esordito così Gino Cecchettin, poi raccontando la storia di sua figlia, Giulia, ha aggiunto: «Quando una relazione finisce, non si può andare oltre. Anzi, se continui ad amare quella persona dovresti volere il meglio per lei. Quando ci sono situazioni di violenza, questo non succede. Chi vede la relazione in termini di possesso interpreta male quella che è la parola ‘amore’». «Oggi è il 20 ottobre – ha ricordato Cecchettin – tre anni fa mia moglie esalava l’ultimo respiro. Siamo riusciti a ritagliarci qualche momento di intimità e io, in quell’occasione, le ho chiesto scusa. Scusa perché magari si aspettava di più da un marito. Lei mi ha confortato. Non sono credente, ma in quel momento ho pregato e ho detto: ‘Perché non prendi la mia vita e la dai a lei che la merita molto di più’. In quel momento lì ho capito l’essenza dell’amore».

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Riconoscere i segnali Tra le domande della mattinata molte si sono concentrate sul concetto di relazione tossica. «Giulia – ha risposto il padre – aveva scritto 15 motivi per lasciare Filippo in un diario che non abbiamo più. Conoscendola, li aveva scritti per darsi una scusante, ma i sociologici hanno visto in quei punti la violenza. In ognuno di quei 15 punti c’era una limitazione della propria libertà». Il punto, ha sottolineato Cecchettin, «è che devo scegliere come voglio vivere io, nel perimetro della mia libertà. Se qualcuno prevarica le mie volontà, è già violenza. Se ti senti limitato, la relazione é già tossica. E a chi prevarica, posso dire: ‘Non spetta a voi entrare nella vita degli altri’». Lunedì mattina a mettersi in discussione sono stati proprio gli studenti, uno di loro infatti ha domandato: ‘Come possiamo essere noi ragazzi parte attiva nella lotta contro la violenza di genere?’. «Enfatizzate quel comportamento rispettoso – ha detto Cecchettin – che dà spazio ai sentimenti e fa dell’intelligenza emotiva un plus. Cercare dunque di destrutturare quelli che sono i canoni di maschilità con cui siamo cresciuti noi generazioni più grandi. Quanto è bello vivere una relazione di uguaglianza e parità, godendo dei momenti in cui si dà all’altro e all’altra ciò che ci manca. Per anni non ho passeggiato mano nella mano con mia moglie perché era ‘poco maschio’. Mi sono perso talmente tanti di quei momenti belli. Ricordate anche per chiedere scusa ci vuole molto più coraggio che usare violenza».

Il messaggio Infine, Gino Cecchettin ha lanciato un messaggio ai giovani: «Siate voi stessi, cercatevi, perché il più delle volte non lo sappiamo. Io ho sempre indossato una maschera, non mi si addiceva il mio vero io. Siamo umani, dobbiamo capirlo che possiamo essere deficitari di qualche materia. Essere e vivere da te stesso ti rende libero, ti libera dai pregiudizi. Concedetevi dei momenti di solitudine e capitevi».

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