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>>>ANSA/ Asse Italia e 19 Paesi, ‘rimpatriare più afghani’ – Altre news

(di Valentina Brini)
Berlino puntava già in estate a
un accordo bilaterale con Kabul per “espellere più rapidamente i
condannati afghani pericolosi per la sicurezza tedesca”. Adesso
il dossier è diventato una questione europea. In una lettera
sottoscritta da venti governi – con l’Italia in prima fila
accanto a Germania, Grecia, Polonia, Paesi Bassi e Ungheria – i
ministri dell’Interno chiedono a Bruxelles di intensificare i
rimpatri volontari e forzati verso l’Afghanistan e attribuire a
Frontex un ruolo più incisivo nella gestione dei rientri e dei
programmi di reintegrazione. Una stretta – da definire con “un
approccio coordinato” – nella gestione delle espulsioni verso un
Paese che, tuttavia, dopo il ritorno al potere dei talebani nel
2021, è precipitato in una crisi umanitaria profonda,
ripetutamente denunciata dalle Nazionali Unite.

   
Nel 2024 – si legge nella missiva indirizzata al commissario
Ue per gli Interni Magnus Brunner e all’Alta rappresentante Kaja
Kallas – 22.870 cittadini afghani hanno ricevuto una decisione
di rimpatrio, ma soltanto 435 sono stati effettivamente espulsi:
appena il 2%. Una cifra che – nella visione di Matteo
Piantedosi, dell’omologo tedesco Alexander Dobrindt e degli
altri firmatari – rappresenta la misura dell’inefficacia
dell’attuale sistema europeo. “Il rimpatrio” anche forzato degli
afghani “senza motivi legali per rimanere, in particolare di
coloro che rappresentano una minaccia per l’ordine pubblico, è
una componente necessaria di una politica migratoria Ue
credibile e sostenibile”, scrivono i ministri, proponendo che
Frontex non si limiti a organizzare i voli, ma assuma anche la
gestione dei programmi di reintegrazione. Una richiesta già
emersa a luglio in un vertice informale sulla cima della tedesca
Zugspitze, quando i titolari degli Interni di Germania, Francia,
Austria, Polonia, Danimarca e Repubblica Ceca invocarono una
“nuova dottrina realista” in materia di migrazione con più
espulsioni anche verso Siria e Afghanistan, da includere nella
lista dei Paesi sicuri. “Non credo che la mentalità del ‘Wir
schaffen das!’ (‘Ce la faremo!’) abbia portato qualcosa di buono
all’Europa”, disse in quell’occasione il ministro danese Kaare
Dybvad Bek – alla guida della presidenza di turno Ue – prendendo
le distanze dal mantra dell’accoglienza dell’era Merkel. Una
chiusura condivisa anche dal cancelliere tedesco Friedrich Merz
che, dopo alcuni episodi di cronaca e la decisione di espellere
81 afghani, negli ultimi mesi ha ribadito la necessità di
espellere chi “costituisce una minaccia per la sicurezza”. E
rilanciata, sull’altra sponda della Manica, dal leader del
Reform Uk Nigel Farage, favorevole a rimpatri di massa anche
verso Paesi “non sicuri” e ad “accordi con i talebani”.

   
La lettera dei venti governi sarà ora esaminata da Bruxelles,
che da mesi lavora a “soluzioni innovative” per la gestione dei
flussi migratori – ispirandosi al modello dei centri italiani in
Albania – e forte della prima lista Ue di sette Paesi ritenuti
sicuri: Egitto, Bangladesh, Colombia, Tunisia, Marocco, India e
Kosovo. L’Afghanistan però resta “tutt’altro che un Paese
sicuro”, ha ammonito a più riprese l’Alto commissario Onu per i
Diritti Umani, Volker Turk, chiedendo la “sospensione immediata
dei rimpatri forzati” e ricordando che molti afghani rischiano
persecuzioni, detenzioni arbitrarie o torture al rientro. Per
questo, ha ricordato anche la sua portavoce a luglio, il diritto
internazionale estende anche ai condannati “il principio di non
respingimento”.

   

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