Come i social plasmano l’identità degli adolescenti
Un nuovo studio americano ha analizzato come i contenuti diffusi sui social media influenzino la costruzione dell’identità dei ragazzi e, in particolare, il modo in cui si formano idee e comportamenti legati alla mascolinità. Brevi video su come conquistare le donne, guadagnare soldi o ottenere un fisico più muscoloso sono solo alcuni esempi dei messaggi che ogni giorno raggiungono milioni di giovani utenti. L’indagine, condotta negli Stati Uniti su un campione rappresentativo di oltre mille adolescenti tra gli 11 e i 17 anni, ripresa in Italia da Adnkronos, ha cercato di capire in che modo questi contenuti incidano sul loro benessere emotivo e psicologico.
La ricerca, coordinata da Common Sense Media, ha analizzato l’interazione dei ragazzi con piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, oltre che con community di gaming. L’obiettivo, ha spiegato Michael Robb, responsabile dello studio, era comprendere come l’ambiente digitale stia plasmando il senso di identità e di mascolinità dei più giovani. “Gli adolescenti stanno affrontando domande fondamentali su chi sono e dove si collocano nel mondo”, ha dichiarato Robb al Washington Post. “Cercano approvazione e appartenenza, e i social media sono diventati uno spazio centrale di questa ricerca”.
Mascolinità tossica e stereotipi digitali
Dallo studio emerge che circa il 73% dei ragazzi è regolarmente esposto a contenuti che veicolano una cosiddetta “mascolinità tossica”, basata su modelli di potere, successo economico, forza fisica e dominio nelle relazioni. Uno su quattro riferisce un’esposizione particolarmente elevata. Il 69% dichiara di imbattersi in messaggi che promuovono stereotipi di genere problematici: dall’idea che gli uomini siano trattati ingiustamente rispetto alle donne, a quella che le ragazze dovrebbero dedicarsi alla famiglia, o che usino il proprio aspetto per ottenere vantaggi.
Secondo i ricercatori, gran parte di questi contenuti viene proposta automaticamente dagli algoritmi, senza che i ragazzi li cerchino attivamente. “Ricevono questi messaggi, che lo vogliano o no”, hanno spiegato. Si tratta dunque di un’esposizione passiva ma costante, che può influenzare le convinzioni e le aspettative sociali dei giovani utenti.
L’immagine del corpo e la pressione estetica
Il 91% degli intervistati ha affermato di essersi imbattuto in contenuti incentrati sull’aspetto fisico maschile, e uno su quattro ha dichiarato di aver sentito il bisogno di cambiare qualcosa del proprio corpo dopo averli visti. L’ideale di virilità diffuso online tende a esaltare muscoli, altezza, pelle perfetta e tratti somatici marcati. Secondo Robb, questo può generare una pressione silenziosa e costante: “Molti genitori non vedono mai questi contenuti, ma i loro figli ne sono sommersi, e col tempo questo può farli sentire inadeguati”.
Effetti psicologici e percezione di sé
L’esposizione a contenuti di “mascolinità digitale” sembra avere correlazioni con la solitudine e l’insicurezza. I ragazzi che vedono più spesso questo tipo di messaggi sono più inclini a dichiararsi soli, ansiosi o insoddisfatti di sé. Il 14% degli adolescenti fortemente esposti a tali contenuti riporta una bassa autostima, contro il 5% tra quelli meno esposti. Il 39% afferma di sentirsi “inutile a volte”, mentre il 34% pensa di “non essere abbastanza bravo”.
Gli studiosi precisano che il legame non è necessariamente causale: è possibile che chi si sente più solo cerchi questi contenuti o che, al contrario, essi alimentino sentimenti di isolamento. In ogni caso, il fenomeno evidenzia come la socializzazione digitale possa amplificare fragilità emotive già presenti.
Emozioni represse e nuovi modelli di comportamento
Un altro effetto osservato riguarda la gestione delle emozioni. I messaggi online che esaltano l’idea dell’uomo forte e imperturbabile sembrano spingere i ragazzi a reprimere i sentimenti, evitando di mostrare vulnerabilità o tristezza. Tuttavia, i ricercatori hanno notato un paradosso: molti degli adolescenti intervistati si dichiarano comunque attenti ai bisogni altrui e disposti a prendersi cura degli altri, un comportamento tradizionalmente associato a tratti considerati “femminili”. “C’è una dicotomia interessante: forse non si sentono liberi di mostrarsi deboli, ma non esitano a essere empatici”, ha osservato Robb.
L’influenza dei creator e le derive estreme
L’ascesa dei content creator ha reso la linea tra intrattenimento e modelli di vita sempre più sottile. Molti influencer promuovono valori positivi – dall’alimentazione sana ai viaggi sostenibili, dalla cultura alla divulgazione scientifica – diventando figure di riferimento per i giovani. Il 60% dei ragazzi intervistati ha dichiarato di aver ricevuto consigli utili da parte di creator online.
Ma non tutti i messaggi sono innocui. In rete proliferano sottoculture come quella degli “incel” (celibi involontari) o dei “redpill”, che veicolano visioni distorte delle relazioni tra i sessi. Gli incel attribuiscono la propria solitudine al comportamento delle donne, accusate di scegliere partner solo in base a criteri estetici, di status o di ricchezza. I “redpill”, invece, sostengono di aver “scoperto la verità” sul presunto dominio femminile nelle relazioni, ispirandosi al simbolismo del film Matrix.
Solo il 16% dei ragazzi intervistati ha familiarità con il termine “incel”, ma anche una conoscenza superficiale di questi gruppi può contribuire a diffondere atteggiamenti ostili o fatalisti nei confronti delle donne.
Rappresentazioni culturali e riflessioni sociali
Il tema è stato affrontato anche dalla cultura pop. La recente miniserie britannica Adolescence, scritta da Stephen Graham e Jack Thorne e diretta da Philip Barantini, ha portato sullo schermo il delicato rapporto tra adolescenti e mondo digitale. Girata in un unico piano sequenza, racconta la storia di Jamie, un tredicenne coinvolto in un crimine che diventa simbolo di come i social possano influenzare la percezione di sé e degli altri. Attraverso la sua vicenda, la serie mostra il confine sempre più sottile tra realtà e mondo virtuale, tra ciò che un ragazzo vive e ciò che lo plasma online.
Verso una connessione più autentica
Lo studio di Common Sense Media sottolinea l’importanza dei legami “reali”. Gli adolescenti che si confidano con genitori, amici o fratelli mostrano livelli più alti di autostima e benessere mentale. Non si tratta di vietare l’uso dei social, ma di offrire strumenti critici per interpretarli.
“Più comprendiamo collettivamente ciò che i ragazzi incontrano online e come lo elaborano, meglio è”, ha affermato Robb. “Negli ultimi anni ci siamo concentrati molto sulla salute mentale delle ragazze, ma è evidente che anche i ragazzi vivono in ecosistemi digitali complessi, dove si definiscono relazioni e identità”.
Secondo gli esperti, la sfida non è eliminare la dimensione digitale dalla vita dei giovani, ma aiutarli a distinguere i modelli realistici da quelli idealizzati, e a costruire un senso di sé che non dipenda dagli algoritmi. La comprensione, il dialogo e l’educazione all’uso consapevole dei social restano, oggi più che mai, gli strumenti fondamentali per accompagnare gli adolescenti in un mondo dove il confine tra realtà e virtuale è sempre più sottile.
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