Lazio

il racconto di Ranucci dopo l’attentato

Un chilo di esplosivo, una notte di paura e un messaggio inquietante. «Chi ha posto quell’ordigno conosce le mie abitudini». Così Sigfrido Ranucci, conduttore e giornalista d’inchiesta di Report, ha commentato poche ore dopo l’attentato che nella tarda serata di giovedì 16 ottobre ha distrutto la sua auto parcheggiata davanti casa, a Campo Ascolano, frazione di Pomezia, alle porte di Roma.

L’esplosione, avvenuta intorno alle 22, ha sventrato la Opel Adam del giornalista, danneggiando anche una Ford Ka della famiglia e la facciata del palazzo.

Secondo i primi accertamenti, la bomba – un ordigno rudimentale con quasi un chilo di esplosivo – sarebbe stata piazzata tra due vasi esterni e fatta esplodere sul momento, senza timer né comando a distanza.

Gli artificieri hanno accertato che si trattava di polvere pirica compressa ad alto potere detonante, innescata con un sistema “temporaneo”, cioè attivato manualmente.

Un particolare che, come ha spiegato lo stesso Ranucci, lascia intendere una pianificazione precisa e un monitoraggio dei suoi movimenti:

«Ero mancato da casa per quattro giorni. L’attentatore ha aspettato che rientrassi, e dopo appena 40 minuti ha piazzato la bomba sotto il punto dove passo ogni volta. Questo significa che conosceva le mie abitudini».

Le indagini e le prime piste

Sul posto sono intervenuti i carabinieri della compagnia di Pomezia, gli agenti della Digos di Roma e gli artificieri.

L’area è stata transennata per ore. Le due auto sono state sequestrate e gli investigatori stanno acquisendo le immagini delle telecamere della zona: una si troverebbe su un semaforo pedonale a circa 50 metri.

Un testimone avrebbe riferito di aver visto un uomo incappucciato aggirarsi nei pressi dell’abitazione poco prima dell’esplosione. Poco dopo, gli investigatori hanno rinvenuto una Fiat 500 rubata a Ostia Antica a luglio, ma la bonifica del mezzo ha dato esito negativo.

Il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, ha definito l’attacco «un atto gravissimo su cui indagheremo a fondo insieme alle forze dell’ordine», auspicando che «non si torni ai tempi bui degli attentati contro la stampa».

“Un salto di qualità nelle minacce”

Dopo essere stato ascoltato dai magistrati della Dda di Roma, Ranucci ha confermato che l’attentato si inserisce in una lunga serie di intimidazioni.

«Negli ultimi due anni ho presentato diverse denunce per minacce, pedinamenti e messaggi anonimi. La scorta ha persino trovato proiettili di P38 nei cespugli vicino casa. Tutti fascicoli contro ignoti».

Il giornalista ha collegato l’escalation di minacce ad alcune delle inchieste più delicate di Report:

«Erano i mesi in cui raccontavamo i retroscena del caso Moro e dell’omicidio di Piersanti Mattarella, con collegamenti tra mafia, deep state e destra eversiva».

Nonostante la paura, Ranucci ha assicurato che non si fermerà:

«La paura è umana, serve a proteggere noi e chi amiamo. Ma non può zittire la verità. Domenica tornerà il solito Report».

Solidarietà e rafforzamento della scorta

Le parole di vicinanza non sono mancate. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso «solidarietà e severa condanna per il grave gesto intimidatorio», mentre da Palazzo Chigi la premier Giorgia Meloni ha ribadito che «la libertà e l’indipendenza dell’informazione sono valori irrinunciabili delle nostre democrazie».

Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato che saranno rafforzate le misure di sicurezza per Ranucci e la sua famiglia.

Nel pomeriggio di venerdì 17 ottobre, decine di persone si sono radunate in presidio davanti alla sede Rai di via Teulada per esprimere sostegno al giornalista. Ranucci, visibilmente commosso, ha salutato i manifestanti con un lungo applauso e le parole: «Siete voi la mia scorta».

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