la semilibertà si guadagna risarcendo le vittime

La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della semilibertà per un 59enne di Taranto, detenuto a Spoleto, dove sconta l’ergastolo per reati di mafia, disposto dal Tribunale di Sorveglianza di Perugia dello scorso ottobre.
I giudici hanno ritenuto che nonostante il positivo comportamento carcerario e l’ammissione al lavoro esterno, al condannato manchi un elemento ritenuto cruciale dalla legge: il concreto impegno a risarcire le vittime dei suoi reati.
L’uomo, definito nelle sentenze “uomo di assoluta fiducia dei capoclan”, sta scontando la pena per associazione mafiosa. Dal ottobre 2022 lavora all’esterno con uno stipendio di 1.482 euro, ma come rilevato dalla Cassazione “non ha mai usato queste risorse, neanche in parte, per ridurre il suo debito civile” verso le persone offese, destinando invece il denaro alla propria famiglia.
La Corte ha respinto tutte le tesi della difesa. In particolare, ha giudicato “manifestamente infondata” l’obiezione secondo cui le modeste risorse economiche giustificherebbero la mancata riparazione dei danni. Al contrario, i giudici hanno osservato che lo stipendio fisso rappresenta “una possibilità di adempimento, anche parziale, delle obbligazioni civili”.
Altri argomenti presentati dal difensore, come la mancanza di attuali collegamenti con la criminalità organizzata, l’intenzione di svolgere volontariato con bambini disabili, gli encomi ricevuti in carcere per il suo impegno come bibliotecario e i progressi nel trattamento rieducativo, sono stati considerati elementi positivi, ma non sufficienti a superare l’ostacolo rappresentato dalla mancata collaborazione con la giustizia e dall’assenza di risarcimenti.
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