Mosca avanza, Gaza brucia, l’Europa tace
16.09.2025 – 17:50 – Mentre il mondo continua ad assistere ai due grandi conflitti che dominano le cronache – la guerra in Ucraina e la tragedia quotidiana nei territori palestinesi – resta la necessità di fermarsi, riflettere e porsi delle domande. Non per indulgere in facili estremismi, ma per cercare di capire, per evitare di inseguire illusioni e chimere. Come nota il generale Stefano Silvio Dragani, «in tempi in cui la propaganda divora la realtà, fermarsi a porre domande semplici diventa già un atto politico».
L’Europa vuole davvero la guerra con la Russia?
Il clima che si respira in Europa sembra quello di una fase pre-bellica. Francia, Germania e Gran Bretagna hanno persino ipotizzato l’invio di truppe in Ucraina, ipotesi che Mosca ha bollato immediatamente come “atto di guerra”, avvertendo che quei soldati sarebbero obiettivi legittimi. Dragani ricorda che «i leader politici del passato misuravano le parole, consapevoli che ogni dichiarazione avrebbe potuto innescare conseguenze irreparabili. Oggi assistiamo a proclami scomposti, figli più della debolezza interna che di una reale strategia». L’impressione è che tanta spavalderia serva più a mascherare le fragilità delle leadership europee che a delineare una linea di azione coerente.
Cosa vuole veramente la Russia?
Molti analisti concordano: Mosca porrà fine al conflitto solo quando verranno affrontate le “cause profonde” della guerra. Si tratta del blocco dell’espansione NATO a est e della riduzione della sovranità ucraina. In altre parole, la Russia chiede di essere riconosciuta come potenza con diritto di veto sull’architettura di sicurezza europea. Come sottolinea Dragani, «per il Cremlino l’Ucraina non deve avere capacità militari indipendenti: sarebbe una minaccia costante. È la condizione necessaria affinché Mosca si sieda davvero a un tavolo». Più severi altri osservatori, che parlano apertamente della volontà russa di trasformare Kiev in uno Stato vassallo, integrato nel mondo russo.
Trump tra Mosca e l’Europa divisa
Il tentativo di Donald Trump di aprire un canale negoziale con Putin si scontra con il bellicismo crescente di alcuni Paesi europei. Il presidente statunitense, a differenza di Joe Biden, non vuole spingere la Russia tra le braccia di Pechino, considerata la vera sfida strategica per Washington. Dragani avverte: «Gli Stati Uniti puntano a separare Mosca da Pechino, mentre europei divisi e fragili alimentano una retorica antirussa che rischia di ritorcersi contro. È un boomerang che potrebbe colpire proprio le capitali europee».
Quale futuro per l’Ucraina e per l’Europa?
Il rischio più concreto è quello di una “tregua permanente”, simile a quella coreana: un conflitto congelato, senza un trattato di pace, con l’Ucraina trasformata in una ferita aperta nel cuore dell’Europa. Secondo Dragani, «per almeno tre decenni gli europei dovranno occuparsi di Kiev, con costi politici ed economici enormi, senza avere alcuna certezza di stabilizzazione».
Due popoli, due Stati: un’utopia?
Sul fronte israelo-palestinese, l’idea di uno Stato palestinese appare sempre più lontana. Gaza è sotto controllo israeliano, la Cisgiordania erosa dai coloni, il sud del Libano e parte della Siria segnati da nuove presenze israeliane. «Il paradigma dei due popoli e due Stati è ormai ridotto a retorica – osserva Dragani – utile a tenere vivo un dibattito politico, ma sempre più sganciato dalla realtà dei fatti».
Israele rafforzato o indebolito dall’attacco a Doha?
L’azione israeliana contro Hamas in Qatar ha sollevato la reazione dei Paesi arabi, che rilanciano l’idea di una “forza araba congiunta”. Un progetto che, se concretizzato, cambierebbe profondamente gli equilibri regionali. Dragani analizza così la situazione: «Ogni attacco al di fuori della Striscia produce effetti collaterali imprevedibili. Israele rischia di guadagnare una vittoria tattica, ma di perdere terreno strategico nella sua posizione internazionale».
La sensazione è che ci muoviamo in un tempo dominato dalla narrazione, più che dai fatti. Come ricorda Caracciolo, «a forza di mentire per il bene della patria, il boomerang ti piomba addosso: non distingui più realtà e propaganda, e quando ti accorgi che è la propaganda a controllare te, può essere troppo tardi». Dragani aggiunge un monito: «L’Occidente rischia di farsi trascinare in conflitti che non controlla più. In Ucraina come in Medio Oriente, il tempo non lavora per l’Europa. E senza una visione strategica comune, resteremo spettatori di un mondo che si ridisegna altrove».
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Stefano Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole” (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[f.v.]



