Abruzzo

morti sul lavoro in aumento del +8,4% in Italia negli ultimi quattro anni


Cresce ancora l’emergenza delle morti sul lavoro in Italia. Secondo l’ultimo report semestrale dell’Osservatorio Sicurezza e Ambiente Vega di Mestre, basato sui dati dei primi sei mesi dal 2022 al 2025, le vittime sono passate da 463 nel primo semestre 2022 a 502 nello stesso periodo del 2025, con un incremento dell’8,4%.

Il quadro regionale mostra l’Abruzzo tra le aree più a rischio. La nostra regione è finita in zona rossa due volte negli ultimi quattro anni e nel 2025 torna tra le regioni con un’incidenza superiore del 25 per cento alla media nazionale, che oggi è pari a 15,1 morti sul lavoro ogni milione di occupati. In questa fascia ad alto rischio insieme all’Abruzzo ci sono anche Basilicata, Umbria, Trentino-Alto Adige, Sicilia, Puglia e Campania.

Dall’analisi emergono alcune categorie particolarmente esposte. Gli stranieri hanno visto crescere l’incidenza di mortalità da 24,0 nel 2022 a 29,8 nel 2025, mentre gli ultrasessantacinquenni restano i più colpiti con 47,3 morti per milione di occupati nel 2025 e picchi fino a 62,6 nel 2024. Gli uomini sono molto più coinvolti delle donne: per i maschi l’incidenza è salita a 24,8 nel 2025, per le lavoratrici è scesa a 2,1. Le donne risultano invece più esposte agli infortuni in itinere, cioè quelli che avvengono durante gli spostamenti casa-lavoro.

I comparti economici maggiormente colpiti dal fenomeno restano manifatturiero, costruzioni, sanità, commercio e trasporti e magazzinaggio.

Il report evidenzia anche i giorni della settimana più a rischio. Nel 2025 il lunedì ha concentrato il 22,7 per cento degli infortuni mortali, mentre nel 2024 era stato il martedì a segnare il dato più alto con il 21,2 per cento.

«Si tratta di una mappatura indispensabile – spiega Mauro Rossato, presidente dell’Osservatorio Vega – perché mostra le fragilità di un Paese in cui ancora oggi si muore sul lavoro. L’incidenza della mortalità è l’indicatore più realistico per capire dove intervenire, perché tiene conto della popolazione lavorativa e non solo dei numeri assoluti».


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