Lazio

Abebe Bikila e la Maratona Olimpica di “Roma ‘60”

Corro scalzo per sentire cosa mi sussurra la strada” (Abebe Bikila, 1932-1973)

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È sicuro? È sicuro?” (il nazista Christian Szell [Lawrence Olivier] nella scena della tortura a “Babe” Lewy [Dustin Hoffman] dal Film “Il Maratoneta”, 1976)

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Se avete visto “Il Maratoneta”, Film del 1976 del regista londinese John Schlesinger (1926-2003), con Dustin Hoffman, allora certamente ricorderete il personaggio di Thomas Levy (detto “Babe”) che Hoffman interpreta. E ancora, certo, ricorderete la sua “fissa” per la Maratona di New York, che vuole correre ad ogni costo e per questo si allena duramente e quotidianamente in Central Park, sull’East River.

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Nota; il soggetto del Film – così come il titolo – è tratto dal Romanzo omonimo che lo scrittore, drammaturgo e sceneggiatore americano William Goldman (1931-2018) scrive nel 1974. E sempre Goldman sarà lo sceneggiatore del Film diretto da Schlesinger.

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Bene. Ogni volta che torna a casa dai suoi allenamenti, “Babe” infila nel lettore VHS, la videocassetta della Maratona Olimpica di Roma 1960, vinta dal suo idolo, il maratoneta Etiope Abebe Bikila, e la riguarda dieci, cento, mille volte, fino a consumare il nastro (mentre la macchina da ripresa fa una veloce carrellata lungo la stanza e inquadra un Poster di Bikila, attaccato ad una parete).

Due sono le ossessioni dello studente di Storia Thomas Levy (detto “Babe”): la prima è partecipare alla Maratona di New York, partecipare gli basta. La seconda è proprio Abebe Bikila, il Maratoneta etiope: ah! Essere come lui su quella strada romana.

Abebe Bikila, Classe 1932, Polizotto e Guardia personale dell’Imperatore etiope Hailè Selassiè (1892-1975), corse – e vinse – la Maratona olimpica di Roma ’60 a piedi nudi, esattamente 65 anni fa, il 10 Settembre del 1960.

Quella Maratona si ricorda anche per un’altra particolarità: non si corse, infatti, all’interno dello Stadio Olimpico, ma per le strade di Roma, mentre il “Grande Costruttore” lassù sfoderava su Roma un tramonto settembrino da Oscar del Cinema per la migliore fotografia.

La corsa a piedi nudi del Maratoneta etiope non era un suo vezzo, ma, in quella circostanza, una necessità, dato che, prima della gara olimpica, Bikila aveva rotto le sue scarpette e quelle che gli avevano dato in sostituzione gli andavano strette. Iniziata dunque la corsa con le scarpette, preferì togliersele e così nacque la “leggenda” del Maratoneta etiope che correva a piedi nudi, cosa che però Bikila effettivamente faceva durante gli allenamenti sugli Altopiani del suo Paese, acquistando fiato e, a quelle altezze, una grande resistenza alla fatica.

Bikila, in quella sera romana di quasi metà Settembre, ben presto staccherà tutti i suoi avversari e la sua sarà, alla fine, una corsa in solitaria per le strade di Roma. Partito dal Campidoglio, passerà per le strade della città, una volta tanto sgombre dal traffico, costeggerà l’Obelisco di Axum (che i fascisti di Graziani avevano smontato e portato a Roma, nel 1937, come preda di guerra per la gloria dell’Impero di Mussolini; Stele che l’Italia democratica restituirà all’Etiopia soltanto nel 2005) e poi taglierà il traguardo sotto l’Arco di Costantino – che si trova a poche centinaia di metri dall’Anfiteatro Flavio, più noto come il Colosseo – dopo una corsa di 2h,  21’ e 23”, il tempo che gli era occorso per coprire i 42 chilometri e 195 metri della Maratona.

Il Maratoneta etiope vincerà ancora quella Corsa alle Olimpiadi di Tokyo del 1964, stavolta correndo con le scarpette.  Poi, il destino – che si dice essere “cinico e baro” – si accanirà contro di lui è un incidente automobilistico, occorsogli nel 1969, lo costringerà – per la tragica legge dantesca del contrappasso – a vedere il mondo dal basso di una sedia a rotelle. Nonostante la sfortuna, Bikila si farà ancora onore nelle Paralimpiadi del 1972 nella Specialità del tiro con l’arco. Abebe Bikila morirà ad Addis Abeba NEL 1973, all’età di 41 anni, per una grave emorragia cerebrale.

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La Maratona Olimpica ai chiama così a Memoria della corsa di circa 42 chilometri del soldato ateniese Filippide – un emerodromo, ovvero un soldato addestrato a correre sulle lunghe distanze per portare notizie ed informazioni – che, nel 490 a.C., corse dalla città di Maratona fino ad Atene, coprendo appunto la distanza di 42 chilometri, per annunciare la vittoria dei greci sui persiani e, appena trasmessa quella notizia, stramazzò a terra e morì per la fatica. Filippide quella distanza l’aveva percorsa, infatti, tutta d’un fiato per evitare che Atene venisse data alle fiamme per non essere lasciata intatta nelle mani del nemico persiano.

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