L’apocalisse di Jodice a Casa Berto
Il regista napoletano Jodice presenterà al festival di Capo Vaticano “Estate a casa Berto” il film “Le Déluge”
«Le Déluge – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta” è un film apocalittico, nel senso più letterale del termine: quello di svelamento. Il film ha una vocazione metafisica più che storica e racconta anche un’apocalisse intima. Quella dei suoi protagonisti». Con queste note di regia, Gianluca Jodice, ci introduce nel mondo del suo film, “Le Déluge” vincitore di quattro David di Donatello e due Nastri d’Argento che racconta gli ultimi giorni di vita di Luigi XVI e di sua moglie Maria Antonietta (interpretati da Guillaume Canet e Mélanie Laurent). Re e regina di Francia, insieme ai loro figli, vengono imprigionati in un castello alla periferia di Parigi, in attesa della condanna a morte. Durante questa prigionia, segnata da umiliazioni e violenze, cadono non solo le maschere della monarchia, ma anche quelle dell’intero antico regime.
Questa simbolica “caduta” rappresenta una frattura epocale: la Storia abbandona definitivamente l’idea del sovrano per diritto divino, lasciando nell’ombra Dio stesso e aprendo la strada a un nuovo mondo in cui l’uomo diventa il centro della scena.
Jodice è un giovane regista napoletano con all’attivo molti documentari e cortometraggi. E premi, tanti e importanti. Il suo film di debutto cinematografico è Il cattivo poeta (2020), ambientato negli Anni Trenta, che descrive la relazione tra Gabriele D’Annunzio e Benito Mussolini attraverso lo sguardo di un giovane federale dell’Italia fascista. Questa sera (29 agosto 2025) sarà ospite della seconda serata di Estate a Casa Berto, a Capo Vaticano. Lo abbiamo raggiunto per fargli qualche domanda sul film e progetti futuri.
Come nasce il progetto di Le Deluge?
«Dalla suggestione magmatica, forte, imprecisa ma chiara di voler parlare della fine di un mondo. Che è sempre la fine del mondo. Per seguire fino in fondo questo, è stato chiaro ben presto che si doveva collocare il film più in una dimensione metafisica che storica. Mai forse come per Luigi XVI è vero che alla morte di un singolo uomo corrispose la fine di un mondo, di un paradigma politico, sociale, religioso. si entra nell’età contemporanea. Quella dei diritti e delle democrazie. Tutte le scelte fotografiche, scenografiche, di montaggio rispondono scrupolosamente a questa idea di creare un limbo, una dimensione irreale, spogliata di una certa vitalità».
Mi sembra che il film sia una pellicola che parla di una apocalisse personale e corale. È stato difficile mettere insieme i due piani?
«I due piani sono intrecciati, fusi, come sempre nel romanzo storico. Microstoria e macrostoria. È il piccolo che determina il grande o viceversa? Quale è causa e quale effetto? È bene non rispondere, ma rappresentare. La difficoltà è stata un’altra. Cercare un continuo e delicato equilibrio tra il racconto dei reali e la dialettica con la rivoluzione. È chiaro che il film assume il punto di vista “interno” (della monarchia, dei reali), ma trascurare, abolire del tutto il fuori, la rivoluzione con le sue istanze sarebbe stato sbagliato, un’omissione troppo artificiosa. Capisco bene che si tratta di un equilibrio difficile e ambiguo».
Hai voluto indagare fino in fondo le radici dell’uomo e del suo rapporto con l’altro affrontando anche la relazione tra Maria Antonietta e Luigi e le varie relazioni fra tutti i personaggi?
«Tutto è pervaso da un senso di fine, una resa dei conti. C’è dapprima il dolore e la sorpresa di essere imprigionati, poi la lenta consapevolezza che non se ne uscirà, un breve folle lampo di speranza e poi la disperazione finale. È una fenomenologia della caduta e tutti i sentimenti e le relazioni e le esplosioni, separazioni e riavvicinamenti tra i personaggi risentono, subiscono e producono tutto questo. Anche se tutti, alla fine, a un passo dalla morte, trovano una qualche pacificazione. molti documenti raccontano del clima più morbido, cristiano, meno vessatorio che i carcerieri assunsero negli ultimi giorni».
Quanto è stato difficile realizzare un film così importante e che ha vinto ben 4 David?
«Fare qualsiasi film è difficile, impossibile quasi. Apparentemente ce ne sono alcuni che sembrano più difficili di altri da realizzare per una certa loro grandezza “esteriore”, o sontuosità o per tematiche o discorsi delicati. Ma in realtà ogni film è difficile. Si rende domabile solo se chiudi gli occhi e cerchi di vederlo. Se fai un film con gli occhi aperti e vuoi inseguirlo stai sempre in affanno, ti sfugge, vince lui. Bisogna tenere gli occhi chiusi. solo così c’è la speranza di possederlo, di sapere quello che si vuole e domare la bestia».
Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Sto preparando una specie di noir, un thriller erotico, sentimentale. sarà un film in inglese, ambientato oggi a Londra. Una follia che decreterà la fine della mia breve carriera».
Source link