Più debiti che ricavi, il calcio nella bolla finanziaria: se fare gol serve ancora a vincere – Sport
Se i debiti superano agevolmente i ricavi, se gli introiti che arrivano dagli sponsor crescono ogni anno di più indipendentemente dai risultati, se il “marchio” di un club si afferma a livello globale a prescindere dai titoli conquistati sul campo, ha ancora senso parlare di schemi, posizioni, “braccetti”, fantasisti, falsi nueve e teorie innovative applicate al gioco del pallone? In definitiva, nel cosiddetto “calcio moderno“, ha ancora un valore sportivo buttare la palla in rete in un modo o nell’altro?

La risposta, assertiva e spiazzante, prova a darla “Fare gol non serve a niente“, sottotitolo “il pallone nella rete della finanza” (add editore), saggio narrativo che, insieme alla sfera di cuoio, rotola su e giù per un campo di calcio ma pure dentro e fuori palazzi modernissimi, sedi di (talvolta nebulosi) fondi di private equity che, ormai da qualche anno, investono considerevoli cifre nello sport più popolare al mondo.
L’autore, il giornalista Luca Pisapia, aveva già provato a raccontare un aspetto meno scontato del gioco del calcio con una biografia di Gigi Riva (“L’ultimo hombre vertical”, Milieu, 2020) e un saggio “pop” sulla parabola di Paul Breitner (Uccidi Paul Breitner, Alegre 2018), nazionale tedesco campione del mondo nel 1974, calciatore ribelle per antonomasia (si presentava agli allenamenti col libretto rosso di Mao sottobraccio) che finirà per rinnegare il suo passato e radersi la sua iconica barba per partecipare a uno spot.
Stavolta, con “Fare gol non serve a niente”, Pisapia racconta – dati e aneddoti alla mano – come “il pallone non è mai stato innocente” ma “ha perso la sua verginità appena nato, sulle navi mercantili britanniche che lo trasportavano insieme ai prodotti tessili e siderurgici per espandere la gloria e il profitto dell’impero”. Una storia economica e sociale del pallone che inizia il 26 ottobre 1863, il giorno in cui prende vita a Londra la Football association, e arriva fino ai giorni nostri raccontando dettagli decisivi della “bolla” finanziaria del pallone: guardando in controluce i report annuali della Uefa emerge come nel 2023 i ricavi dei club europei hanno raggiunto i 26,8 miliardi, cifra superata però dal volume dei debiti, 28,1 miliardi, questi ultimi cresciuti del 9 per cento rispetto al 2022, con una proiezione sul 2024, quando i debiti arriveranno a sfiorare la soglia monstre di 30 miliardi di euro, molti dei quali verso banche e gli stessi investitori.
Dalle rive del Tamigi ai fondi di private equity c’è un calcio giocato le cui regole cambiano pochissimo e un capitalismo applicato allo sport che si evolve trasformando il pallone in un prodotto dell’industria culturale. Dal rettangolo di gioco si passa alle curve, dalle curve si torna nelle case, davanti alle tv dove il calcio cambia ancora pelle e “il mezzo” incide ancora una volta di più sul “messaggio” del pallone: gli ambitissimi diritti televisivi plasmano i campionati, cambiano i paradigmi senza sovvertire le gerarchie ma consolidandole, prima di spalancare le porte alla finanziarizzazione del calcio dove i ricavi economici non dipendono più (o quasi) dal risultato sportivo.
E quindi si ritorna all’assunto del libro, quello per il quale “Fare gol non serve a niente” perché il pallone è diventato “la pietra filosofale del tardo capitalismo” e vincere non è più tanto importante. Anzi, peggio. Perché, come recita la frase in esergo, pronunciata durante il Qatar economic forum del maggio 2024 da Gerry Cardinale, fondatore di Redbird capital Partners e proprietario del Milan, “nel calcio i tifosi vogliono sempre vincere, ma vincere è noioso”.
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