Rinnovabili, Basilicata lenta con l’obiettivo 2030 rinviato al 2038
Crescono le rinnovabili in Basilicata, ma con troppa lentezza. I ritardi nella transizione ecologica nel report del think thank Ecco
La Basilicata cresce sulle rinnovabili, ma rischia di mancare il traguardo del 2030. Nel 2025 ha installato circa 180 megawatt di nuova potenza, trenta in più rispetto al 2024. Eppure, al ritmo attuale, l’obiettivo regionale slitterebbe al 2038. Le comunità energetiche possono trasformare questo potenziale in risparmio per famiglie, imprese e territori. Una partita che riguarda l’intera regione.
Il dato racconta una crescita, ma non basta a descrivere la velocità della transizione. Tra il 2021 e il 2025 la Basilicata ha installato in media poco più di 115 megawatt l’anno, per un totale di circa 583 megawatt aggiunti alla fine dello scorso anno. Al 31 marzo 2026 la potenza rinnovabile installata aveva raggiunto quota 623 megawatt. Il balzo dell’ultimo anno è un segnale positivo, ma resta distante dal ritmo necessario per rispettare la tabella di marcia. Il rischio è che una regione dotata di importanti risorse naturali continui a inseguire gli obiettivi, mentre il calendario della transizione corre.
La questione lucana si inserisce in un quadro nazionale in rallentamento. Il rapporto 2026 del think tank per il clima ECCO, dedicato all’attuazione del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, rileva che nel 2025 le emissioni italiane sono cresciute di circa nove milioni di tonnellate di CO₂ equivalente rispetto all’anno precedente. La nuova capacità rinnovabile installata è scesa dai 7,7 gigawatt del 2024 ai 7 del 2025. Per arrivare a circa 130 gigawatt entro il 2030, l’Italia dovrebbe installarne almeno dieci ogni anno. Il ritardo può prolungare la dipendenza dalle importazioni di gas e mantenere elevati i costi dell’elettricità.
Anche la geografia della crescita resta diseguale. Alcune regioni del Nord e il Lazio risultano in anticipo sugli obiettivi, mentre il Mezzogiorno continua a mostrare ritardi pur disponendo di un potenziale rilevante. La questione non è soltanto quanta energia si produce, ma quanto le risorse naturali riescano a generare occasioni economiche, occupazione e benefici sociali. È il punto sul quale insiste il Gruppo Cestari, che ha rilanciato una campagna di informazione sulle Comunità energetiche rinnovabili, con particolare attenzione al Sud e alla Basilicata. «Non possiamo permettere che il Mezzogiorno resti indietro proprio su un terreno nel quale dispone di risorse naturali importanti e di grandi possibilità di sviluppo», afferma Marisol Cestari, referente della Comunità energetica rinnovabile Moliterno “Energia dal Sole” e dirigente del Gruppo Cestari. Il richiamo non si ferma alla necessità di installare nuovi impianti. «La transizione energetica non può essere misurata – osserva – soltanto attraverso il numero dei megawatt installati».
La domanda, per Cestari, è capire «quanto valore resta nei territori», quanto possono risparmiare le famiglie, quali opportunità si aprono per le imprese e in che modo i cittadini possano partecipare al cambiamento. La produzione rinnovabile resta decisiva, ma non esaurisce il tema. Se la ricchezza generata dagli impianti non si traduce in benefici diffusi, il rapporto tra comunità e transizione resta incompleto. «Il rischio è che il Sud continui a essere considerato soltanto un territorio nel quale produrre energia, senza riuscire a trasformare questa ricchezza in un vantaggio diffuso», avverte Cestari. Le CER possono «invertire questa logica», favorendo la condivisione dell’energia e la partecipazione di cittadini, imprese e realtà locali. Servono però informazione e procedure più accessibili.
Cosa sono le comunità energetiche
Ma che cosa sono, in concreto, le comunità energetiche? Riuniscono produttori e consumatori con l’obiettivo di condividere, attraverso la rete elettrica e nel rispetto delle regole previste dalla normativa, l’energia generata da impianti alimentati da fonti rinnovabili, per esempio fotovoltaici. L’energia condivisa può dare accesso, quando sussistono i requisiti richiesti, agli incentivi economici previsti. Il modello consente così di valorizzare la produzione locale e distribuire una parte dei benefici tra i partecipanti. Per aderire non è necessario possedere un impianto fotovoltaico. Possono partecipare anche famiglie, cittadini e imprese che consumano energia, purché siano rispettate le condizioni tecniche e normative applicabili. È un elemento che può allargare la platea e rendere il modello meno distante dalla vita quotidiana, soprattutto mentre il costo dell’energia pesa sui bilanci domestici e sui conti delle aziende.
«Una comunità energetica deve essere comprensibile e accessibile, non un’opportunità riservata a chi possiede già competenze tecniche o risorse economiche da investire», sottolinea Cestari. Occorre «informare correttamente le persone», chiarire il funzionamento della condivisione, i requisiti per aderire e i benefici ottenibili. «Ogni progetto deve partire dalle caratteristiche del territorio e dalle esigenze reali di chi lo vive e lo lavora». Non un modello da applicare ovunque allo stesso modo, ma uno strumento da costruire sui bisogni locali.
La complessità delle procedure e la scarsa conoscenza dello strumento possono scoraggiare cittadini e imprese prima ancora che il progetto prenda forma. Il Gruppo Cestari dichiara di voler intervenire con una campagna rivolta al tessuto economico e sociale lucano: consulenza, supporto tecnico e orientamento agli incentivi per imprese, famiglie e installatori. Resta il nodo dei risultati.
La Basilicata ha aumentato la potenza installata e dispone di condizioni favorevoli allo sviluppo delle fonti rinnovabili, ma la stima che sposta al 2038 il raggiungimento dell’obiettivo regionale segnala quanto sia ampio il lavoro ancora da fare. Le comunità energetiche possono contribuire a colmare la distanza tra risorse e benefici, ma non sostituiscono la necessità di accelerare gli impianti, rendere efficaci le procedure e costruire progetti sostenibili sul piano economico e ambientale. La loro diffusione dipenderà dalla capacità di coinvolgere i cittadini, evitando che restino strumenti conosciuti soltanto dagli addetti ai lavori. «Le comunità energetiche rappresentano un cambiamento importante nel modo di concepire l’energia: non più soltanto un costo da sostenere individualmente, ma una risorsa da produrre, condividere e valorizzare insieme», conclude Cestari. E torna al punto da cui parte il confronto: «La Basilicata ha le condizioni per fare di più». Perché quelle condizioni diventino risparmio, occasioni per le imprese e vantaggi per le comunità, la sfida non sarà soltanto installare più megawatt. Sarà riuscire a fare in modo che la transizione energetica si veda, e si misuri, anche nella vita quotidiana dei lucani. La transizione energetica in Basilicata richiede un’immediata accelerazione e il superamento dei freni burocratici, trasformando il potenziale rinnovabile in vantaggi concreti per tutti.
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