Cultura

PISS – you made me / skin on linen

L’hype ha fatto anche cose buone. Ne sono un ottimo esempio i PISS, quartetto di Vancouver sul quale da mesi aleggia lo spettro della next big thing. Sarà il tempo a dirci se il gruppo canadese si tramuterà in una sorta di entità incriticabile sulla bocca di tutti – un po’ come i Fontaines D.C. che, al giorno d’oggi, sembrano essere diventati i Sergio Mattarella del post-punk – oppure svanirà in una nube di chiacchiere.

Credit: Grace Grignon

Le premesse affinché la band riesca a imporsi nel lungo periodo, tuttavia, ci sono in abbondanza, come ben dimostrano le quindici tracce che compongono il loro solidissimo album d’esordio. “you made me / skin on linen” è una dimostrazione limpida del motivo per cui abbiamo un disperato bisogno di quel rock impegnato – con i suoi messaggi incisivi su questioni politiche e sociali – che ormai, ahinoi, è sempre più merce rara.

Il sound potente e caotico forgiato dai PISS, frutto di un mix estremamente abrasivo tra noise e hardcore, è il veicolo ideale per dar risalto ai testi sconvolgenti della cantante Taylor Zantingh, vera e propria poetessa che non teme esplorare gli angoli più oscuri dell’esistenza umana.

L’album è un’analisi spietata, senza davvero alcun filtro, dei continui abusi subiti dalle donne in un mondo modellato a immagine e somiglianza dell’uomo. La violenza strutturale come strumento di controllo è il concetto che unisce brani spesso e volentieri brevissimi, feroci come schegge di suono impazzito.

Taylor Zantingh, un po’ come Raygun Busch dei Chat Pile, dà voce al suo malessere con uno stile urlatissimo, estremamente fisico, tendente allo spoken word. Il parlato è una caratteristica fondamentale del sound dei PISS, perché capace di rendere ancor più evocativi i versi declamati, gridati o sputati fuori dalla cantante.

Ne è un ottimo esempio l’angosciante “blocking a scene you can’t remember”, un brano sadcore che cresce di intensità seguendo il graduale passaggio tra bisbigli, piagnucolii e urla disperate, fino a un’esplosione di rabbia incontrollata sul finale. La resa della canzone è brutale, come lo sono i temi affrontati: il racconto di un abuso sessuale, perpetrato da un adulto ai danni di una giovane ragazza, e del conseguente trauma psicologico e fisico che ne deriva.

La forza dei PISS sta nel trattare argomenti di questo tipo in maniera viscerale, senza porsi alcun tipo di freno. Non c’è spazio per l’ipocrisia o per la debolezza che spesso contraddistingue il dibattito annoso ma superficialissimo sulla violenza di genere.

Taylor Zantingh, da femminista colta e preparata qual è, trasforma i pezzi in scaletta in un palcoscenico dove i suoi conflitti interiori si manifestano in forme spaventose ma dannatamente genuine. L’ascoltatore, in una specie di bypass sensoriale, finisce per diventare lo spettatore del dolore intensissimo che affligge la cantante canadese, che ci butta in faccia i suoi sogni infranti (I wanted to write romance novels/Now, I need perfect control over my victim narrative, da “i wanted to be a singer”) e la sua impotenza in un mondo indecente nel quale il suo corpo di donna è definito solo ed esclusivamente dallo sguardo maschile, per il quale altro non è che un mero oggetto di attenzioni indesiderate (I wanted a way out of my body/To disguise the scent that drew them out, da “a little girl’s horse craze betrays her”).

I PISS sanno sfruttare a dovere la carica eversiva, quasi catartica, di un suono che oscilla costantemente tra il nervoso e il furioso, condito dai feedback lancinanti della chitarra di Tyler Paterson e dal ritmo implacabile macinato dal basso di Gavin Moya e dalla batteria di Garreth Roberts.

Una miscela punk talmente incendiaria da sfociare, in alcuni passaggi, nel più perfido grindcore. Per tornare a quell’hype cui si faceva riferimento a inizio recensione, è davvero difficile credere che brani devastanti e disturbanti come “self-blame with thorn necklace and hummingbird”, “there was a door” e “how can you act opposite to this emotion?” possano attrarre le masse (anche quelle che apprezzano l’alternative) e lasciare un segno in coloro che, nonostante tutto, cercano musica in grado di rassicurarli, di farli sentire parte di una comunità.

“you made me / skin on linen” è un album scritto e registrato con l’obiettivo di sconvolgerci e farci pensare, di metterci davanti alle nostre responsabilità di carnefici, di dar forme definite a tutti quei traumi nascosti che restano intrappolati nella mente perché anche la minima fessura di verità è fonte di vergogna.

Non a caso, tra gli episodi più riusciti, vi sono quelli dove il tema della violenza sessuale è in primissimo piano: un argomento tabù del quale, invece, è necessario parlare con estrema schiettezza. Questo viene analizzato come l’esperienza brutale di una singola donna (“time loop at hot slit”) e, filtrato attraverso gli eventi della cronaca, dell’intera comunità internazionale scioccata dalla vicenda di Gisèle Pelicot, la donna francese che veniva drogata e violentata dal marito e da decine di sconosciuti reclutati online (“manon on the trial of gisèle pelicot”, che include un testo della filosofa francese Manon Garcia).

I sample e i collage sonori, con estratti da discorsi e citazioni da libri, rendono ancor più intrigante questa lenta discesa agli inferi dove sembra non esserci alcuno spazio per le luci della melodia. A esclusione del brano conclusivo, “i keep trying to change the ending”, che sfuma in una lunga coda dai toni quasi teneri nella quale Taylor Zantingh, con la voce rotta dalle lacrime, sembra quasi aggrapparsi a immagini rasserenanti per ritrovare quella pace che l’è stata negata (Horses, soft hands, singing, bodies/Trying/I won’t bleed forever).

Un album doloroso ma necessario: oserei dire persino urgente in un’epoca maledetta come questa, dove ci stiamo abituando a personaggi squallidi che blaterano di patriarcato “mediterraneo” e ai deliri di influencer e accoliti della maschiosfera che si diffondono a macchia d’olio nel mondo digitale. Meglio affondare in quello reale, brutto e difficile, fatto di carne, sangue, piscio e merda. Proprio come la musica dei PISS.


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