Jannik Sinner: “Il corpo è l’unico avversario che non puoi battere. Se dice stop devi accettarlo”
Il cappuccio c’è ancora, la camminata dinoccolata pure. Quattro anni fa diceva che fuori dal campo “il rumore si spegne, anzi non esiste più”. Quest’estate il rumore è arrivato da dentro: un ginocchio, il destro, ha detto no. Niente Canada, niente Cincinnati, niente New York, niente Asia, niente Atp Finals a Torino. L’ultimo Slam vincente è datato 12 luglio, sull’erba di Wimbledon, con il secondo titolo consecutivo ai Championships e Zverev battuto in finale. 47 partite giocate, solo 3 perse. Ha sconfitto tutti i migliori: da Alcaraz a Tiafoe, da Medvedev a Jódar. Poi il silenzio, interrotto da qualche video sui social, poche parole, sempre le stesse: non sono pronto. E alla fine: ci vediamo nel 2027.
Sinner è costretto a lasciare il trono, ma non è un’abdicazione, tornerà dopo l’autunno. È iscritto all’One Point Slam in programma il 13 gennaio nel corso dell’opening week degli Australian Open. Anche senza corona non rischia l’invisibilità. Fino a fine dicembre ogni torneo avrà un giocatore in più, quello che non c’è. Ritroveremo Jannik nelle domande delle conferenze stampa, nei pronostici, in una classifica che si muoverà senza di lui, perfino nei successi degli altri, costretti a convivere con una piccola nota a margine: mancava Sinner. L’assenza ha questo di particolare: non si consuma, cresce. Il ragazzo che si definiva “programmato” ha dovuto riprogrammarsi. E cambiare formato alla sua esistenza, non più a rettangolo. Il numero uno che misurava la vita in 23,77 metri per 10,97 ha scoperto che ci sono altre misure. Ma non ha cambiato idea su quale sia la sua. Quest’intervista è stata una lunga partita iniziata ad agosto e finita a ottobre all’atto dell’annuncio del suo stop.


Cosa resta di un’estate passata a guardare il tennis lontano della rete?
“Non ho fatto nulla di insolito, se la domanda è cosa ho scoperto di nuovo in questo periodo lontano dai tornei la risposta è niente, ma senza annoiarmi. Sono andato a Monza a vedere la F1 e a Milano alla sfilata di Gucci, ho giocato un po’ di più alla Play e ho iniziato a leggere un libro di 600 pagine, Io uccido, di Giorgio Faletti. Fermo non ci sono mai stato, né ho voltato le spalle al tennis perché lui mi ha fatto del male. Anzi ho sempre lavorato molto sia in palestra che in campo e con i fisioterapisti. Pazienza è la parola giusta per questo periodo. Il corpo è l’unico avversario che non puoi battere, quando ti dice stop devi accettarlo e seguire i consigli degli specialisti”.
Ma non sarà che questo tennis rompe troppo i corpi? Una caviglia cede, una rotula si lussa, un polso non regge più migliaia di accelerazioni, un’anca si consuma dalle torsioni. Ormai non c’è torneo senza ritiri.
“Gli infortuni fanno parte dello sport, bisogna essere intelligenti e capire quanto e quando giocare. Serve avere una visione a lungo termine, non c’è solo l’oggi, si semina ora, ma il raccolto ha altri tempi. E la differenza la fa sempre il lavoro, la preparazione che fai, non la fortuna. Quella aiuta a vincere un punto, non la partita”.
La russa Kristina Liutova a luglio, a soli 16 anni, ha conquistato il WTA 250 di Memphis partendo dalle qualificazioni. C’è chi mette in guardia l’infanzia dall’orco che divora.
“Non faccio io le regole, ma perché togliere agli adolescenti una bella storia da raccontare? Hanno vissuto un’emozione forte, hanno combattuto, si sono impegnati. C’è un’età in cui lo sport ti dà la voce per essere ascoltato e diventa uno strumento per capire chi sei e crescere. Non puoi ancora essere grande nella società, in tanti altri settori ti viene rimproverato che non hai l’età giusta invece lo sport ti offre occasioni senza giudicarti o chiederti la carta d’identità. Guardate la stagione di Lamine Yamal, campione del mondo con la Spagna a 19 anni. Perché aver paura che troppa gioventù produca guasti? E se invece offrisse nuovi orizzonti e aiutasse a mettere in mostra qualità che ancora nessuno ha visto? Lasciateli giocare, i ragazzi. Kimi Antonelli ha esordito che non aveva ancora la patente e, a proposito, io quella per le moto sono finalmente riuscito a prenderla. Se uno si merita il successo non vedo problemi, così come hanno il diritto di stare in campo Messi e Cristiano Ronaldo, anche se non sono più teenager, senza dimenticare Djokovic”.
Con Kimi di cosa parlate?
“Di tutto. Di come ci si relaziona con gli altri, delle persone che abbiamo attorno, di come fare in certe situazioni. Facciamo sport diversi, lui ha 20 anni, io 25, ma ci confrontiamo molto. Mi chiedono: scambieresti uno Slam con un successo in una gara di F1? Dai, inutile rispondere, è una cosa che non capiterà mai”.
Se potesse incontrare Jannik di 10 anni fa cosa gli direbbe?
“Quello che ho imparato: il talento senza lavoro non è niente. Devi fare scelte, valutarne le conseguenze, seguire la tua meta. Gli direi di vivere bene quei momenti, non ho rimorsi, non gli consiglierei di cambiare strada, ma di scegliere bene le persone di cui circondarsi. Non sono pentito, la mia famiglia c’è sempre stata, ho sempre potuto contare su un papà bravo anche in cucina”.
E su una madre refrattaria alle partite.
“È molto migliorata, non esce più durante i miei incontri, il rifiuto a sedere nel Royal Box a Wimbledon è perché non vuole essere osservata e scrutata dalle telecamere quando gioco. Non ha tutti i torti, non le piace la tensione, anche se ora riesce a essere più tranquilla”.
Cosa racconta di noi il tennis meglio o diversamente dagli altri sport? Perché riesce a essere così contemporaneo?
“Non lo so perché, bisognerebbe chiederlo a chi lo guarda, non a chi lo gioca. Forse fa esistere le diversità, le valorizza, la rivalità nasce dalla differenza, si vince e si perde, ognuno trova un suo motivo per identificarsi in chi gli somiglia o in chi vorrebbe essere. E questo lo rende affascinante”.
Ma il mondo rivuole in campo Sinner-Alcaraz. Non cerca altro.
“Non siamo tutti uguali, i contrasti esaltano. Magari io vengo vissuto come il campione disciplinato e ostinato e Carlos come quello mediterraneo e stravagante. Questa è la cosa bella, avere qualcuno che ti spinge al limite. E il tennis ha sempre vissuto di questo: da Borg-McEnroe a Sampras-Agassi fino a quando la rivalità a due è diventata a tre con Federer-Nadal-Djokovic”.
Gli eroi dello sport vanno più di moda degli attori. Una volta si sognava con il cinema, oggi alle sfilate ci siete voi.
“Ma non è una competizione, né siamo in contrapposizione. Il mondo del basket americano da tempo è attento alla moda e i suoi giocatori fuori dal campo ci tengono a mostrare la personalità anche con gli abiti. Nessuno sostituisce nessuno, credo sia solo una questione piattaforme diverse e di nuovi soggetti”.
Prima di lei nessuno entrava in campo con una borsa firmata. Ora la imitano.
“Con Gucci sento affinità. Mi piace essere un po’ diverso con cose normali, belle, eleganti. Così come amo essere a mio agio e questo marchio me lo permette. Non sono un tipo chiassoso, sono anche astemio, non sopporto il sapore dell’alcol, al massimo bevo un po’ di champagne o di vino bianco”.
Se potesse cancellare una giornata della sua vita, non riviverla più.
“Non sarebbe un momento sportivo, né la sconfitta in finale con Alcaraz a Parigi 2025, né in semifinale con Djokovic a Melbourne a inizio anno”.
Nessun match-point?
“Non è una cosa successa in campo”.
Coraggio.
“Vorrei cancellare ciò che ho provato il giorno in cui sono andato via di casa. Lo strazio di quando a 13 anni e mezzo, a Milano, ho salutato mio padre perché le nostre strade si separavano e un filo si spezzava. Ci stavamo lasciando, piangevo io per lo strappo, ma anche lui. Di quel giorno lì farei a meno, fu un’emozione troppo forte”.
Qualcosa da perdere l’equilibrio?
“Forse a me lo ha fatto trovare, anche se ho sofferto. Mi ha fatto capire che fare una scelta significa ottenere cose nuove e perderne altre. Ci può essere dolore, ma anche la consapevolezza che quella decisione costata molto non va sprecata. Devi fare di tutto per servirla al meglio, senza rimpianti. Con impegno, costanza, lavoro”.
E un momento che vorrebbe rivivere?
“La purezza di una domenica d’inverno con i miei amici a sciare sulle Dolomiti. La sensazione di una bella giornata facendo una cosa che ti piace. Un gruppo di ragazzi che vuole divertirsi. Ci metterei anche un qualsiasi momento con la mia famiglia e uno sui go-kart dalle parti di Cuneo con il pilota Antonio Giovinazzi e il ciclista Giulio Ciccone. A me la velocità piace, non è un mistero. Ho bisogno dell’adrenalina, di tenere lontana la noia”.
La felicità ha un odore?
“Potrei dire quello di un dessert perché amo i dolci”.
Ha 25 anni, se potesse scegliere che età avere oggi, cambierebbe?
“Va bene così. Tengo tutto: le persone, le esperienze, gli incontri fatti”.
Il tempo per l’autobiografia ora lo ha.
“Non ci penso proprio. So che Serena Williams, Sharapova, Agassi, McEnroe, Nadal, Borg l’hanno scritta. Ma io sono ancora giovane, preferisco i colpi alle parole, magari ne riparliamo tra 20 anni. Voglio durare, avere una carriera lunga. Ora mi sono dovuto fermare e alzare la testa oltre le righe, ma voglio riabbassarla sulla palla. So che fuori c’è dell’altro, ma il mio è lì. In quel rettangolo che si chiama tennis”.
Foto di Paolo Roversi per U
Servizio di Anastasia Barbieri
In tutto il servizio: total look Gucci.
Grooming: Yvane Rocher @Walter Schupfer Management
Photo Assistants: Clara Belleville, Marine Grandpierre
Digital Operator: Matteo Miani
Production: Studio Demi
PROFILO Jannik Sinner (2001) è stato nel 2024 il primo tennista italiano alla testa del ranking mondiale, dopo aver vinto Australian e US Open. Nel ’25 si conferma a Melbourne e conquista Wimbledon. Il ’26 è da record: 5 Masters 1000 e di nuovo Wimbledon. Poi si ferma e a ottobre annuncia lo stop. Ora il suo obiettivo è tornare nel ’27.
Paolo Roversi (1947) è uno dei più fotografi italiani di moda più noti a livello internazionale. Ha collaborato con i principali magazine e i più grandi brand. Originario di Ravenna, dal 1981 lavora nel suo studio di rue Paul Fort, a Parigi.
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