Pixel come Nest Hub: come funziona e quali sono i problemi
Google non lancia un nuovo smart display da oltre cinque anni. L’unica vera novità recente nel settore è Apple HomeView, che però è parte di un ecosistema totalmente differente, quello di Apple appunto. Per poter aggiornare il proprio hub domotico, bisogna dunque aspettare che la casa di Mountain View si decida a lanciare un nuovo prodotto? Qualcuno ha deciso di non voler aspettare e si è fatto in casa il suo nuovo smart display.
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Un autore di Android Authority ha trasformato uno smartphone Google Pixel in un sostituto del Nest Hub, sfruttando le funzionalità di screensaver e l’integrazione con Gemini. Il risultato finale è molto particolare e ci mostra quanto siano ampie le potenzialità dei dispositivi moderni.
Il setup del progetto ha richiede necessariamente un Pixel 9 o un modello più recente, perché solo questi modelli supportano gli screensaver multipli necessari per replicare l’esperienza di uno smart display. Basta appoggiare il telefono su un caricatore Qi2, configurare gli screensaver per mostrare ora, meteo, controlli per la smart home e album fotografici, e abilitare il rilevamento di “Hey Google” anche dalla schermata di blocco.

In teoria, sembra tutto più che fattibile, ma nella pratica i problemi emergono subito. Il primo punto critico riguarda gli screensaver stessi: non cambiano automaticamente in base al contesto o all’orario, e per scorrere tra uno e l’altro bisogna posizionare il dito esattamente sul bordo dello schermo, altrimenti si finisce sulla schermata di blocco. Non è un comportamento intuitivo, anzi. Ci sono anche bug grafici: il testo dello stato di ricarica si sovrappone alle informazioni meteo anche quando è disabilitato nelle impostazioni, e lo screensaver a volte scompare dopo pochi secondi senza motivo apparente.
Il problema più grande, però, è Gemini stesso. L’esperienza sulla schermata di blocco è incompleta: non esiste un’interfaccia dedicata, compare solo una barra in un angolo dello schermo, e c’è un bug ricorrente che impedisce al telefono di tornare allo screensaver dopo aver risposto a un comando. Ma al di là dei bug, il problema è strutturale: Gemini non è ottimizzato per la smart home.

Mentre Google Assistant eseguiva i comandi quasi istantaneamente perché operava entro limiti definiti, Gemini deve interrogare il suo modello linguistico di grandi dimensioni (in pratica, l’AI deve “pensare” molto di più) anche per spegnere una lampadina, con tempi di risposta nettamente più lunghi.
Manca poi il supporto alla conversazione continua, che era una delle funzioni distintive di Google Assistant da anni: con Gemini bisogna ripetere ogni volta la parola di attivazione, a meno di non usare Gemini Live. Come ha scritto l’autore dell’esperimento, “la mancanza della conversazione continua su mobile da sola sembra un grande passo indietro rispetto a Google Assistant”.

Il quadro generale che emerge è quello di un ecosistema smart home Google sempre più in difficoltà. Google Home, Nest Mini e Nest Audio ricevono aggiornamenti, ma la qualità delle risposte di Google Assistant è peggiorata nel tempo, e Gemini non è ancora pronto a rimpiazzarlo davvero. Nel frattempo Amazon, con la sua linea Echo, offre speaker con hub smart home integrato, sensori ambientali e mesh Wi-Fi già nella fascia economica.
Chi ha costruito la propria casa smart attorno all’ecosistema Google si trova in una posizione scomoda: passare ad Alexa significherebbe rinunciare a YouTube Music e al controllo dei Google TV.
L’esperimento dimostra che Google ha tutti gli ingredienti per costruire uno smart display di alto livello, ma li ha lasciati separati e mal collegati tra loro. Un Nest Hub aggiornato con Gemini risolverebbe molti dei problemi riscontrati, inclusa la conversazione continua, che Gemini for Home supporta nativamente senza bisogno di Gemini Live. Forse l’annuncio di Apple HomeView sarà la spinta necessaria per convincere Google ad accelerare.
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