Emilia Romagna

Crac Bio-On, chiesti quasi 7 anni per Astorri e Cicognani


Da promessa dell’industria italiana, capace di conquistare Piazza Affari con il sogno di rivoluzionare il mondo della plastica, a protagonista di uno dei crac finanziari più clamorosi degli ultimi anni. Ora, per i fondatori di Bio-On, Marco Astorri e Guido Cicognani, la Procura generale chiede sei anni e nove mesi di carcere ciascuno, un anno e sette mesi in più rispetto alle condanne inflitte in primo grado. È la richiesta formulata davanti alla prima sezione della Corte d’Appello di Bologna nel processo sul fallimento della società delle bioplastiche, che prima del tracollo del 2019 era arrivata a valere 1,3 miliardi di euro in Borsa. A sostenere l’accusa sono stati la sostituta procuratrice generale Rossella Poggioli e il pubblico ministero Michele Martorelli, applicato al giudizio di secondo grado dopo aver seguito il procedimento anche in primo grado. Al centro della requisitoria, le responsabilità degli ex vertici nella gestione della società e le conseguenze economiche di un dissesto che ha travolto gli investimenti di migliaia di risparmiatori.

“Una gestione criminale”: la richiesta di aumentare le pene

Per l’accusa, quella portata avanti dai vertici di Bio-On sarebbe stata “una gestione criminale dell’azienda”, con danni patrimoniali di ingente entità. Una valutazione che ha spinto la Procura generale a chiedere ai giudici di escludere le attenuanti generiche riconosciute nella sentenza di primo grado, ritenendo necessario un trattamento sanzionatorio più severo. Astorri, ex presidente della società, e Cicognani, suo vicepresidente, erano stati entrambi condannati a cinque anni e due mesi. Ora rischiano, secondo le richieste dell’accusa, una pena superiore di un anno e sette mesi. Nel corso della requisitoria, Poggioli e Martorelli hanno chiesto anche di dichiarare estinti per intervenuta prescrizione due reati: quello di false comunicazioni sociali relativo al bilancio 2015 e quello di manipolazione del mercato riferito alle comunicazioni del 30 settembre 2019. Una prescrizione che riguarda soltanto queste specifiche contestazioni e non le altre accuse al centro del processo.

Chiesti quattro anni anche per l’ex direttore finanziario assolto in primo grado

Le richieste della Procura generale riguardano anche gli altri imputati e, in alcuni casi, prevedono un significativo aumento delle pene.

Per Vittorio Folla, ex direttore generale, sono stati chiesti cinque anni e sette mesi, contro i quattro anni e quattro mesi della prima sentenza. Quattro anni la richiesta per l’ex consigliere Gianni Lorenzoni, la stessa pena già inflitta in primo grado.

Diversa e particolarmente delicata la posizione di Pasquale Buonpensiere, ex direttore finanziario di Bio-On, assolto nel primo processo e per il quale l’accusa ha ora chiesto una condanna a quattro anni di reclusione.

Per Gianfranco Capodaglio, ex presidente del collegio sindacale, la richiesta è di tre anni e nove mesi, un mese in più rispetto al primo grado. Tre anni e quattro mesi, invece, per il revisore Gianni Bendandi, che nella precedente sentenza era stato condannato a tre anni e sei mesi. Per gli ex componenti del collegio sindacale Vittorio Agostini e Giuseppe Magni è stata chiesta la conferma delle condanne a tre anni e sei mesi. Nel processo sono costituite un migliaio di parti civili, tra cui Consob, privati e società, che attendono l’esito del giudizio d’appello.

Il sogno delle bioplastiche e il crollo in Borsa

La parabola di Bio-On era cominciata come una storia di successo dell’innovazione bolognese. L’azienda prometteva di cambiare il mercato mondiale delle materie plastiche grazie alla produzione di materiali biodegradabili, attirando investitori e conquistando una notorietà internazionale. Le aspettative erano cresciute fino a portare la capitalizzazione della società a circa 1,3 miliardi di euro. Poi, nel luglio 2019, il terremoto finanziario. A innescarlo fu un rapporto del fondo americano Quintessential Capital Management, guidato dallo short seller Gabriele Grego, che metteva pesantemente in discussione la solidità del modello industriale e i risultati economici dichiarati dall’azienda. Un attacco accompagnato da un video pubblicato su YouTube che provocò un crollo delle quotazioni, facendo evaporare centinaia di milioni di euro di capitalizzazione. Da lì il precipitare della crisi, le indagini della Procura di Bologna e infine il fallimento. Una vicenda che ha lasciato dietro di sé migliaia di investitori coinvolti e che ha portato sul banco degli imputati gli uomini che avevano guidato quella che veniva presentata come una delle eccellenze tecnologiche italiane.

Le prossime udienze e l’attesa per la sentenza

Il processo d’appello si avvia ora verso le battute finali. Dopo le richieste della Procura generale, la parola passa alle difese, chiamate a replicare alla ricostruzione dell’accusa e alle richieste di condanna. La prima sezione della Corte d’Appello di Bologna ha già fissato altre tre udienze, il 28 ottobre, l’11 e il 18 novembre, in vista della decisione sulle posizioni degli ex vertici della società. Sarà la Corte a stabilire se confermare o modificare le condanne di primo grado, in un processo che continua a interrogare non soltanto la giustizia, ma anche il mondo dell’impresa e della finanza, a sette anni dal crollo di quella che prometteva di liberare il pianeta dalla plastica.


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