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Scuole in Europa, tra edifici fatiscenti, bagni senza acqua e carenza di insegnanti: la protesta degli studenti


Austria, il caldo compromette la concentrazione in classe

Il problema delle temperature elevate emerge anche in Austria. Un’indagine scientifica condotta dall’Austrian Institute of Technology durante l’ondata di calore del giugno 2026, su oltre 1.500 studenti e insegnanti, ha rilevato che l’88% degli intervistati considerava la temperatura degli edifici scolastici una fonte di disagio. Tre quarti dei partecipanti hanno riferito difficoltà di concentrazione, stanchezza e spossatezza, mentre più della metà ha lamentato mal di testa.

Le misurazioni effettuate dall’Università di risorse naturali e scienze della vita di Vienna in una scuola della capitale avevano già evidenziato il problema nel maggio e giugno 2025. Le temperature avevano superato i 27 gradi in 25 giorni e i 30 gradi fino a 16 giorni. In alcuni casi, le aule erano già troppo calde al mattino, con temperature intorno ai 28 gradi. Anche i livelli di anidride carbonica avevano ripetutamente superato le 1.400 parti per milione.

A raccontare le conseguenze sulla didattica è Elisabeth Gutenberg, dirigente del liceo Maroltingergasse di Vienna. «Ogni anno vediamo quanto diventino difficili le lezioni nei mesi più caldi, non soltanto per gli studenti ma anche per gli insegnanti», ha detto. «A volte le aule diventano così calde che i bambini soffrono di problemi circolatori».

Romania, 97 scuole ancora senza servizi igienici adeguati

In Romania, alcune delle criticità più evidenti riguardano i servizi igienici. Il 9 ottobre 2026, il governo ha approvato 7,849 milioni di lei, circa 1,6 milioni di euro, per interventi sanitari in 97 scuole pubbliche distribuite in 16 distretti.

I fondi sono destinati a istituti con servizi inadeguati, tra cui bagni esterni e strutture prive di acqua corrente o collegamenti alla rete fognaria. I lavori avrebbero dovuto beneficiare di finanziamenti già assegnati nel 2025, ma non erano stati realizzati o completati entro la fine dell’anno.

La vicenda evidenzia anche i tempi della macchina amministrativa: l’anno scolastico è iniziato il 7 settembre, mentre l’approvazione dei nuovi fondi è arrivata il 9 ottobre.

Il problema non si limita ai servizi igienici. All’inizio dell’anno scolastico 2026-2027, il ministro dell’Istruzione Mihai Dimian ha riferito che circa 700 istituti si trovavano ad affrontare lavori di ristrutturazione in corso, autorizzazioni antincendio ancora da ottenere oppure carenze di spazio dovute all’aumento del numero di alunni. Secondo il ministro, le situazioni coinvolgevano circa il 3% degli studenti.

Le condizioni possono variare sensibilmente anche all’interno dello stesso territorio. Nel villaggio di Balta Arsă, nel distretto di Botoșani, oltre 80 bambini della scuola dell’infanzia e primaria hanno iniziato l’anno scolastico in un edificio dotato di lavagne interattive e strumenti digitali, ma ancora provvisto di bagni esterni. Il Comune ha spiegato che la realizzazione di servizi igienici interni è stata rinviata in attesa della costruzione di una nuova scuola, per la quale è stato presentato un progetto da circa 3 milioni di euro.

Il contrasto tra modernizzazione tecnologica e mancanza di servizi essenziali è uno degli aspetti più evidenti delle disuguaglianze infrastrutturali. Un istituto può disporre di strumenti digitali aggiornati senza garantire ancora condizioni materiali adeguate.

Secondo Ion-Ovidiu Pânișoară, professore di Scienze dell’educazione all’Università di Bucarest, le difficoltà della scuola rumena sono legate anche al sottofinanziamento cronico e alla mancanza di continuità nelle politiche pubbliche.

«Un bambino che arriva in una scuola in condizioni deplorevoli impara che la scuola non conta», osserva. «Tutti gli dicono che l’istruzione è importante, ma le condizioni gli comunicano il contrario».

Il docente ha inoltre richiamato l’attenzione sulla condizione degli insegnanti, tra carichi di lavoro elevati, salari poco attrattivi e scarso riconoscimento sociale. Per migliorare il sistema, sostiene, non basta introdurre nuove riforme: occorrono investimenti duraturi, maggiore sostegno ai docenti e un impegno specifico per ridurre il divario tra scuole urbane e rurali.

Bulgaria, tra laboratori moderni e scuole rurali senza riscaldamento

Anche in Bulgaria le condizioni degli edifici scolastici riflettono le disparità territoriali. Secondo il rapporto Ocse Education and Skills in Bulgaria, pubblicato nel giugno 2025, oltre la metà delle scuole del Paese ha meno di 200 studenti. Gli istituti piccoli, soprattutto nelle aree rurali e remote, incontrano maggiori difficoltà nel reperire risorse.

Uno studio Unicef del 2020 citato nel rapporto segnala che alcune scuole rurali continuano ad avere problemi con il riscaldamento durante l’inverno e sono prive di bagni interni, impianti sportivi o laboratori scientifici.

Nelle grandi città, invece, la difficoltà principale è la carenza di spazi. L’aumento della popolazione urbana ha contribuito al sovraffollamento delle classi e alla diffusione delle lezioni su due turni. A Sofia, più della metà degli studenti frequenta la scuola secondo questo modello.

Secondo i dati Ocse relativi a PISA, il 24% degli studenti bulgari frequenta istituti in cui i dirigenti segnalano carenze infrastrutturali che ostacolano almeno in parte l’insegnamento. La percentuale è rimasta invariata tra PISA 2022 e PISA 2025.

Il governo ha investito nella modernizzazione delle strutture. Il 30 settembre 2026 ha annunciato il completamento di oltre 2.000 laboratori dedicati alle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche, nell’ambito di un programma che ha coinvolto 2.271 scuole statali e comunali.

Restano tuttavia le difficoltà legate alla manutenzione e alla qualità degli spazi. All’inizio del 2025, secondo il ministero dell’Istruzione e della Scienza, 865 scuole necessitavano di riparazioni. Nell’estate dello stesso anno erano ancora 624 quelle che richiedevano interventi.

Le proteste degli studenti di una scuola tecnica professionale di Varna hanno mostrato come le criticità non riguardino soltanto le zone rurali. Gli studenti hanno contestato l’utilizzo delle aule specialistiche e delle attrezzature, l’uscita di numerosi insegnanti e problemi di finanziamento e gestione dell’istituto.

A Plovdiv, invece, la riapertura di un liceo umanistico dopo i lavori di ristrutturazione ha sollevato nuove polemiche. I genitori hanno pubblicato fotografie di aule così strette da lasciare poco spazio per muoversi tra i banchi. Secondo le segnalazioni, alcuni ambienti sarebbero stati suddivisi per ricavare un numero maggiore di classi, con il rischio di non rispettare i requisiti previsti dalla normativa nazionale.

Un problema europeo, risposte ancora frammentate

Le situazioni nazionali presentano differenze importanti, ma il quadro che emerge è quello di sistemi educativi alle prese con sfide comuni: edifici progettati per condizioni climatiche diverse da quelle attuali, manutenzione insufficiente, carenze di personale e forti divari tra territori.

La questione infrastrutturale si intreccia con quella dell’uguaglianza delle opportunità. In Romania, secondo i dati Ocse relativi a PISA 2025, il divario nei risultati di scienze tra gli studenti di 15 anni provenienti da contesti socioeconomici avvantaggiati e quelli svantaggiati raggiunge 122 punti. In Francia arriva a 100 punti, contro una media Ocse di 85 e i 71 punti della Spagna.

Questi dati non dimostrano che le condizioni degli edifici siano la causa diretta delle differenze nei risultati scolastici, ma mostrano quanto le disuguaglianze educative restino un problema strutturale.

Il tema è anche politico. In Grecia, il programma di ristrutturazione degli istituti pubblici sostenuto dalla Fondazione Onassis, con una donazione di 160 milioni di euro, punta a riqualificare scuole situate soprattutto in aree con difficoltà socioeconomiche. Il progetto ha però alimentato un dibattito sull’accesso: la selezione degli studenti attraverso esami di ammissione rischia, secondo i critici, di trasformare il miglioramento delle strutture in un’opportunità riservata a una parte della popolazione scolastica.

La questione, in sostanza, non è soltanto rinnovare alcune scuole, ma garantire standard adeguati a tutti gli studenti. Come sottolinea il professore rumeno Pânișoară, gli effetti delle decisioni sull’istruzione non sono immediatamente visibili. «Se oggi si effettuano tagli, le conseguenze potrebbero non emergere subito. Ma si vedranno tra dieci o quindici anni».

Le proteste francesi e le mobilitazioni in altri Paesi riportano così al centro una domanda che riguarda il futuro dei sistemi educativi europei: quanto è credibile considerare l’istruzione una priorità se gli studenti devono ancora fare i conti con aule invivibili, bagni inadeguati e lezioni senza insegnanti?

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse” ed è stato realizzato con il contributo di Theo Anders (Der Standard, Austria), Kostas Zafeiropoulos (EfSyn, Grecia), Adelina Mărăcine (HotNews, Romania), Desislava Koleva (Mediapool, Bulgaria), e Lola García-Ajofrín (El Confidencial, Spagna).


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