Industrie energivore, la transizione rischia di restare senza fondi
All’industria europea potrebbero mancare fino a 80 miliardi di euro l’anno entro il 2030 per finanziare la decarbonizzazione. Un divario che potrebbe salire a 250 miliardi nel 2040 e a 340 miliardi nel 2050, se resteranno invariate le attuali condizioni di finanziamento pubblico e privato. A rischiare di più sono i settori energivori, dall’acciaio al cemento fino alla chimica, dove la trasformazione dei processi produttivi procede lentamente e la dipendenza dai combustibili fossili resta elevata. Guerre, tensioni commerciali e costi energetici aggravano le difficoltà.
È il quadro delineato dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) nel rapporto Europe’s industrial transformation – From environmental progress to clean competitiveness. Lo studio riconosce i progressi nella riduzione delle emissioni industriali, ma avverte che gran parte dei miglioramenti ottenibili attraverso misure graduali è già stata realizzata. Per raggiungere la neutralità climatica occorre trasformare le tecnologie e i processi industriali.
Negli ultimi 10-15 anni, rileva l’Agenzia, le emissioni industriali di ossidi di zolfo sono diminuite dell’80%, quelle di ossidi di azoto del 58% e il particolato del 76%. Anche le emissioni di gas serra sono calate, ma nel cemento e nella siderurgia la quantità di CO2 prodotta per tonnellata di materiale è diminuita soltanto marginalmente. Parte dei risultati dipende quindi dall’efficienza energetica, dalla contrazione di alcune attività e dai cambiamenti nella struttura economica, più che dalla sostituzione delle tecnologie produttive maggiormente emissive.

A spiegare la dimensione del divario finanziario è un’analisi interna della Commissione europea richiamata dall’Eea. Gli investimenti negli impianti industriali dovrebbero raggiungere mediamente 30 miliardi di euro annui tra il 2026 e il 2030, salendo a 58 miliardi nel decennio successivo. Ancora maggiori le spese per il funzionamento delle nuove tecnologie, stimate rispettivamente in 82 e 210 miliardi annui, soprattutto per il fabbisogno di energia pulita. Il divario tra necessità e finanziamenti disponibili, inoltre, non comprende tutti gli investimenti nelle infrastrutture, dalle reti elettriche a quelle per l’idrogeno e il trasporto della CO2. Il problema non è soltanto costruire nuovi impianti, ma garantirne il funzionamento a costi competitivi.
Uno scenario reso più difficile dalla guerra in Ucraina, dal conflitto in Medio Oriente e dalle tensioni commerciali, che alimentano l’instabilità dei mercati energetici e delle catene di approvvigionamento. La dipendenza europea dalle importazioni di combustibili fossili espone le industrie energivore alle oscillazioni dei prezzi, mentre la concorrenza internazionale rende difficile trasferire sui clienti i maggiori costi della produzione a basse emissioni.
Nel 2024, secondo i dati Eurostat richiamati dall’Eea, i combustibili fossili coprivano il 62% dei consumi energetici dell’industria dei minerali non metalliferi, che comprende il cemento, il 61% della siderurgia e il 55% della chimica. L’elettricità rappresentava rispettivamente il 17%, il 37% e il 30%. Sostituire i combustibili fossili richiede però nuovi impianti, reti adeguate ed energia elettrica a prezzi competitivi.

Anche le infrastrutture frenano la transizione. L’Eea segnala che gli investimenti nelle reti elettriche europee dovrebbero raddoppiare, da 50 a circa 100 miliardi di euro l’anno. Intanto, denuncia l’Agenzia, già al 2030 quasi metà della capacità di interconnessione elettrica transfrontaliera necessaria nell’Unione non risulta coperta dai progetti in corso. Un ritardo che rischia di ostacolare l’integrazione delle rinnovabili e l’elettrificazione dell’industria.
Il rischio è che le imprese rinviino la riconversione degli stabilimenti o riducano la capacità produttiva, indebolendo la base industriale europea. Per questo l’Eea ritiene insufficienti, da soli, gli obblighi ambientali e il prezzo delle emissioni di CO2. Serve una politica industriale capace di mobilitare capitali privati, sostenere le imprese e creare mercati per i prodotti a basse emissioni. È su questo equilibrio che si misurerà la credibilità del Clean Industrial Deal europeo.
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