Fontaines D.C. – Dopamine Chamber
Con la pubblicazione di “Dopamine Chamber”, quinto album in studio, i Fontaines D.C. consolidano la direzione intrapresa nel precedente “Romance”.
Alla produzione ritroviamo James Ford, nome iconico della musica contemporanea legato a collaborazioni epocali (dai Depeche Mode agli Arctic Monkeys fino ai Gorillaz).

Già con “Romance”, la band irlandese aveva chiaramente espresso la volontà di espandere il proprio raggio d’azione e ambire a un successo internazionale su larga scala, ammorbidendo l’urgenza post-punk degli esordi a favore di concessioni melodiche e arrangiamenti più rifiniti, un’evoluzione che ritroviamo anche in questa nuova uscita in forma ancora più definita.
Mi viene naturale tracciare un parallelo con la parabola storica dei The Cure che ho vissuto da ragazzo. Dopo aver toccato il vertice più cupo e alienante dell’era dark/goth con l’incredibile “Pornography” (1982), la band di Robert Smith scelse un cambiamento di rotta cercando una via pop già espressa in una serie di singoli memorabili e scanzonati mai pubblicati originariamente su album — come “Let’s Go to Bed”, “The Walk” e “The Lovecats” — che trovò poi piena maturazione e compimento nel 1985 con “The Head on the Door”.
Proprio come accadde ai The Cure quarant’anni fa, oggi i fan puristi e della prima ora dei Fontaines D.C. storcono il naso. La transizione verso una scrittura più melodica, un cantato da parte di Grian Chatten più espressivo e meno algido, unita alla presenza sempre più ingombrante dei sintetizzatori a discapito dell’impatto classico delle chitarre, viene vissuta come un tradimento rispetto agli album iniziali.
Mantenere la stessa formula all’infinito rischia pero’ spesso di portare inevitabilmente a una paralisi creativa; quello dei Fontaines D.C. è un passaggio di crescita coraggioso e necessario per evitare questo.
In fondo la storia della musica è piena di band che hanno dovuto reinventarsi per crescere artisticamente o semplicemente per sopravvivere: solo per fare un esempio, gli Arctic Monkeys, passati dal post-punk viscerale dei primi dischi all’elegante pop sinfonico di “Tranquility Base Hotel & Casino” e “The Car”; i Radiohead, che dopo “OK Computer” stravolsero le aspettative di tutti con la svolta elettronica e sperimentale di “Kid A”; gli Arcade Fire, evolutisi dal baroque-rock accorato di “Funeral” alle pulsioni dance-pop di “Reflektor” e “Everything Now”.
Sembra che per i Fontaines stia succedendo la stessa cosa ma dobbiamo ammettere che in fondo “Dopamine Chamber” non è affatto un brutto album; al contrario, si rivela un disco piacevole, ben prodotto e a tratti volutamente “ruffiano”, a volte anche troppo.
È la fotografia di una band al culmine della propria maturità che punta senza troppi giri di parole a riempire gli stadi, reclamando quel trono del rock britannico e irlandese alla faccia della retromania nostalgica degli Oasis.
Andiamo a vedere i singoli brani:
- “Six Shot Morning”: il disco si apre con sintetizzatori cupi e un andamento puramente new wave. La vocalità di Grian Chatten richiama apertamente l’ombra di Ian Curtis, immersa in un’atmosfera permeata da forti vibes alla The Cure.
- “Marianne”: primo singolo estratto, contraddistinto da una dimensione onirica che riporta alla mente le atmosfere di “Lullaby” dei The Cure (probabile fonte inconsapevole di ispirazione). Un brano caratterizzato da sfumature dark che rivela tutta la sua forza crescendo ad ogni ascolto.
- “Mimesis” : suona come immagineremmo i Joy Division del futuro, se solo avessero avuto la possibilità di averne uno. Grian Chatten mantiene la sua cifra vocale tipica, concedendosi però soluzioni melodiche accattivanti e furbe.
- “Happy for You”: mostra un cantante alla ricerca attiva di nuove modalità espressive: Grian Chatten predilige qui l’intensità emotiva mettendo da parte le interpretazioni gelide e distaccate del passato. Il tutto è sorretto da un intreccio sonoro che richiama lo stile chitarristico di Johnny Marr in veste ovattata.
- “Demolition”: un brano ben suonato ed eseguito con convinzione, ma che appare eccessivamente carico negli arrangiamenti, forse per mascherare una scrittura di base non pienamente riuscita.
- “Tongue”: sintetizzatori e riverberi dominano la scena, accompagnati da una sezione ritmica eccellente sostenuta da una batteria solida e un basso profondo. Un episodio convincente che funziona molto bene nell’economia del disco.
- “One Man”: traccia dalla struttura classica e già esplorata più volte dalla band, almeno fino all’ingresso della chitarra acustica che inserisce un elemento di brio. Il risultato finale, tuttavia, lascia un po’ di amaro in bocca e non soddisfa appieno.
- “Where Is Gone?”: in fondo il momento più estraneo nell’economia dell’album con la partecipazione di Rosalía che finisce con togliere valore al brano più che aumentarlo. Sembra scritto per l’opening di un film di James Bond ma non ha abbastanza forza mainstream per esserlo, inizia anche bene ma poi si perde nel nulla.
- “You Miss Me”: tra le canzoni che meglio sintetizzano l’attuale fase di transizione dei Fontaines D.C. Un pezzo pop-rock ben confezionato e prodotto impeccabilmente, che resta però piuttosto ruffiano e distante dalle sonorità viscerali degli esordi.
- “Japan” : la band continua l’esplorazione del lato melodico con una ballata in cui la chitarra torna ad avere un ruolo di rilievo. È un gran bel pezzo: farà storcere il naso ai vecchi estimatori, ma conquisterà una nuova fetta di pubblico.
- “Intimate”: in chiusura si torna alle coordinate sonore dei The Cure. Grian Chatten si lancia nel suo caratteristico spoken word all’interno di una traccia avvolgente e d’impatto, che chiude l’album nel migliore dei modi.
“Dopamine Chamber” prosegue e completa il percorso intrapreso con “Romance”. I Fontaines D.C. dimostrano coraggio nell’aprire il proprio orizzonte creativo a linee melodiche più accessibili che a tratti risultano riuscite.
In cinclusione non si tratta assolutamente di un brutto album: offre un ascolto fluido e piacevole.
Pur difettando di veri e propri “singoli bomba” d’impatto immediato come quelli di “Romance”, il disco proietta la band verso una platea ancora più ampia che in fondo e’ l’ambizione naturale di qualsiasi artista che voglia lasciare il segno.
In questa trasformazione i Fontaines D.C. riescono comunque a non snaturarsi del tutto, regalando a vecchi e nuovi ascoltatori un lavoro solido, moderno e perfettamente a fuoco che tutto sommato non delude.
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