Cultura

Chiedi a Settantasette se non sai come si fa [1977-2027] – Parte IV: Il post-punk e il pianeta che non avevamo previsto

Credit: Coastal Elite from Halifax, Canada, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

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Il ritorno di interesse per il post-punk, negli ultimi anni del nuovo millennio, non può essere spiegato soltanto con la nostalgia. Una parte della scena contemporanea recupera, esplicitamente, le sonorità della fine degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta: bassi in evidenza, chitarre taglienti, ritmi e loop ripetitivi, voci teatrali, atmosfere cupe, ma sotto la stessa etichetta convivono progetti musicali molto diversi tra loro.

Gli IDLES hanno sviluppato un linguaggio fisico ed aggressivo, legato al punk e al rock alternativo, affrontando, nei loro testi, questioni come mascolinità tossica, la vulnerabilità e i conflitti sociali. I Fontaines D.C., invece, hanno compiuto un percorso espressivo che dal post-punk degli esordi si è progressivamente aperto a suggestioni più melodiche ed atmosferiche. Gli Shame hanno lavorato sulla tensione tra energia punk primordiale e strutture musicali più articolate. Gli Yard Act hanno utilizzato declamazione, ironia e ritmi influenzati dal funk per raccontare le contraddizioni contemporanee, mentre i Murder Capital attraversano le stanze più oscure delle nostre stagioni. Gli Sleaford Mods rappresentano un caso ancora differente: elettronica minimale, spoken word, linguaggio quotidiano e una critica sociale che non ha bisogno di riprodurre il suono del punk del 1977 per ereditarne alcuni strumenti espressivi. E, in questo contesto, come non citare anche la vibrante vicenda sonora dei KNEECAP, voce indomita contro le ingiustizie, i crimini e le politiche colonialiste perseguite dal governo israeliano, attitudine punk antagonista e militante che sfocia nell’hip-hop politico e impegnato.

IDLES – Brutalism (2017)

Non tutti questi artisti appartengono allo stesso movimento, né condividono, necessariamente, una comune visione politica. Il termine post-punk funziona, oggi, soprattutto come una categoria che descrive alcune relazioni musicali e culturali, più che un’identità unitaria. E proprio qui emerge un problema. Quando una definizione diventa sufficientemente ampia da contenere quasi tutto, rischia di perdere la propria capacità di distinguere. Il post-punk contemporaneo può essere una ricerca autentica, una rielaborazione consapevole della tradizione oppure la riproduzione di un repertorio estetico ormai noto e consolidato. Le tre possibilità possono anche convivere nella stessa band. Non basta un basso incalzante, una voce profonda o una copertina in bianco e nero per stabilire una continuità sostanziale con il 1977. La domanda interessante, dunque, non è se una band contemporanea suoni abbastanza simile ai Joy Division, ma è se utilizzi gli strumenti musicali ereditati dal passato per trasmettere e condividere una visione che appartiene al proprio tempo.

Il punk, dopotutto, non nacque per conservare un suono. Nacque, soprattutto, per contestare l’idea che il rock dovesse continuare a ripetere all’infinito sé stesso. Trasformare il 1977 in un modello intoccabile significherebbe tradirne proprio una delle intuizioni più feconde e significative. C’è un rischio, però, quando si confrontano il 1977 e i nostri giorni: trasformare il passato in un luogo più autentico, più libero, più sereno e più umano, dimenticando tutto ciò che lo rendeva difficile da abitare. Il 1977 non era un paradiso perduto. Era un mondo attraversato dalla guerra fredda, da una persistente minaccia nucleare, da dittature sanguinarie, da evidenti discriminazioni razziali e sessuali, profondamente radicate anche nei paesi più evoluti. In Italia, la violenza politica attraversava, quotidianamente, le strade, i luoghi di lavoro e le università, mentre terrorismo, repressione e conflitti sociali segnavano una stagione ben più complessa di quella che, oggi, viene romanticamente restituita attraverso le fotografie analogiche dei concerti e delle manifestazioni. Anche le possibilità di espressione individuale erano molto più limitate per tante categorie sociali.

Fontaines D.C. – Dogrel (2019)

Nel corso di questi cinquant’anni sono stati ottenuti progressi importanti in termini di diritti civili, di accesso all’istruzione, di salute e di riconoscimento di identità precedentemente marginalizzate e criminalizzate. Non ovunque, non in modo lineare e non senza resistenze. Riconoscere questi risultati non significa ignorare i problemi del nostro presente. Significa evitare che la critica della contemporaneità diventi una nostalgia storicamente infondata. Ma qualcosa, nel frattempo, è stato effettivamente sacrificato. Una parte importante della vita culturale del Novecento si sviluppava attraverso luoghi fisici di incontro abbastanza facilmente accessibili: piccoli club, centri sociali, sale prove, negozi di dischi, biblioteche, collettivi e spazi occupati o autogestiti. Questi luoghi non erano sempre inclusivi, né erano distribuiti uniformemente sul territorio, ma permettevano, nella maggioranza dei casi, di costruire relazioni sociali che non dipendevano, esclusivamente, dalla visibilità commerciale. Oggi, in molte città, l’aumento dei costi immobiliari, la trasformazione dei quartieri e le difficoltà economiche dei piccoli locali rendono più complicata la sopravvivenza degli spazi culturali indipendenti.

shame – Drunk Tank Pink (2021)

La digitalizzazione, inoltre, ha creato nuove comunità, spesso internazionali, e ha reso accessibili patrimoni musicali che, un tempo, sarebbero rimasti confinati in circuiti locali periferici. Ma non ha eliminato la necessità viva di luoghi nei quali incontrarsi, suonare, discutere ed organizzarsi. Una comunità online può condividere questi momenti. Uno spazio fisico permette, però, anche di condividere responsabilità, risorse, passioni e una parte reale della vita quotidiana.  Il punk non fu soltanto un insieme disordinato di dischi. Fu anche una geografia fatta di luoghi e di persone. E quella geografia, oggi, deve confrontarsi con un’economia urbana che tende, spesso, a trasformare la vitalità culturale di un quartiere in un fattore di valorizzazione immobiliare, contribuendo, talvolta, ad espellere proprio quelle comunità che l’avevano resa possibile. Se il punk del 1977 nasceva anche tra le rovine di un modello industriale, quello attuale deve confrontarsi con le conseguenze ambientali dell’intero sistema di produzione e di consumo.

La crisi climatica rappresenta, inoltre, una differenza fondamentale tra i due periodi storici. Negli anni Settanta esisteva già una consapevolezza scientifica dei rischi legati all’inquinamento e all’aumento della concentrazione atmosferica di anidride carbonica. Il movimento ambientalista stava acquisendo visibilità internazionale, ma il cambiamento climatico non occupava ancora la posizione centrale che ha assunto nel dibattito contemporaneo. Oggi non è più possibile considerarlo un problema remoto. La questione ecologica modifica anche il significato dei movimenti di protesta. Il punk storico contestava, spesso, una società che prometteva benessere attraverso il lavoro, la produzione e il consumo, ma che non era più in grado, in realtà, di garantire a tutti una partecipazione soddisfacente a questo modello sociale. Oggi, invece, dobbiamo interrogarci anche sulla sostenibilità materiale di queste promesse. Non si tratta soltanto di chiedere una distribuzione più equa delle risorse, ma si tratta anche di affrontare i limiti ambientali di un sistema economico fondato su un consumo crescente e vorace di energia e di materie prime.

Sleaford Mods – English Tapas (2017)

La cultura punk aveva già sviluppato, attraverso alcune esperienze anarchiche e libertarie, pratiche di riutilizzo, di autoproduzione, di vegetarianismo, di critica del consumismo e di attenzione alle relazioni e all’equilibrio tra gli esseri umani e l’ambiente. Alcune band, come i Crass, contribuirono a rendere queste questioni riconoscibili all’interno della cultura alternativa. Ma non bisogna retroproiettare sul punk del 1977 una sensibilità ecologica che, allora, non era condivisa dall’intero movimento. Il punto, piuttosto, è capire come alcune delle sue pratiche possano acquistare nuovi significati nel nostro presente. Riparare invece di sostituire; riutilizzare invece di gettare ed acquistare ex novo; costruire reti locali di produzione, di condivisione e di distribuzione. Scelte, gesti e comportamenti che, nel punk, potevano nascere da necessità economiche reali o da un rifiuto estetico del consumo, ma che, oggi, possono inserirsi in una riflessione generale sulla sostenibilità ambientale. La contraddizione resta, ovviamente, evidente. Anche la musica indipendente dipende dai trasporti, dal consumo di energia, dai dispositivi elettronici, dai supporti fisici e dalle infrastrutture digitali. Non esiste una cultura materialmente innocente. Ma esiste la possibilità di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie pratiche e delle proprie abitudini, anziché considerare la ribellione una semplice identità da esibire su Instagram.

KNEECAP – Fine Art (2024)


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