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Immigrati in Italia, 796mila imprenditori e 196 miliardi di ricchezza prodotta: tra ostacoli e competenze sprecate

I lavoratori immigrati producono oggi quasi 196 miliardi di euro di ricchezza e tengono in piedi settori fondamentali dell’economia. Ma nonostante il bisogno, l’Italia fatica a farli entrare attraverso i canali regolari e, una volta arrivati, spesso non riesce a valorizzarne le competenze. Il paradosso emerge dal Rapporto 2026 sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa, presentato al Cnel. “Un’Italia senza immigrati? Più vecchia e più povera“, sintetizza il comunicato della Fondazione. Nel 2025 i 2,6 milioni di occupati stranieri, il 10,7% dei lavoratori, hanno prodotto un valore aggiunto stimato in 195,98 miliardi, pari al 9,7% del totale nazionale. Il loro contributo arriva al 21,3% in agricoltura, al 18,4% nelle costruzioni e al 14,4% in alberghi e ristoranti. In Emilia-Romagna raggiunge il 13% del valore aggiunto regionale, in Lombardia il 12%. Un ruolo destinato a crescere: secondo le previsioni Unioncamere-Excelsior richiamate dal rapporto, tra il 2025 e il 2029 serviranno 3,7 milioni di lavoratori, soprattutto per sostituire chi andrà in pensione.

Per l’ennesima volta, la Fondazione conferma il contributo positivo per le finanze pubbliche. Sulla base dei criteri utilizzati per attribuire costi e gettito, il Rapporto stima 45 miliardi di entrate fiscali e contributive contro 44 miliardi di spesa per sanità, istruzione, previdenza, welfare, sicurezza e accoglienza: un saldo positivo di un miliardo nel 2024. I 5,2 milioni di contribuenti nati all’estero hanno dichiarato 87,9 miliardi di redditi, versando 12,6 miliardi di Irpef. Cresce l’imprenditoria: il 2025 ha registrato 796mila gli imprenditori nati all’estero, il 21,3% in più rispetto a dieci anni prima, mentre quelli nati in Italia sono diminuiti del 5,2%. A Milano sono quasi 97mila, cresciuti del 37,5%. Il 20% dell’imprenditoria straniera in Italia è rappresentata da cinesi e romeni, rispettivamente quasi 80mila e 79mila. La tendenza è confermata dai dati Unioncamere-InfoCamere sulle imprese a prevalente proprietà o guida straniera diffusi il 9 ottobre: a giugno 2026 erano 677mila, con un saldo positivo di oltre 16mila nel primo semestre.

Ma insieme ai benefici emergono anche i limiti del sistema produttivo. Il Rapporto Leone Moressa parla di occupazione ancora “segregata” in professioni non qualificate e settori ad alta intensità di lavoro, con un forte svantaggio per le donne. Il 29,9% degli occupati stranieri svolge mansioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Una ricerca Inapppubblicata a luglio spiega che le competenze effettive, comprese quelle linguistiche e professionali, pesano più del semplice titolo di studio e documenta il sottoutilizzo delle capacità dei lavoratori immigrati. La conoscenza dell’italiano, poco determinante nei lavori manuali, è decisiva per accedere a quelli di tipo impiegatizio.

Eppure le imprese sono sempre in cerca di personale. Secondo Cnel e Unioncamere, nel primo semestre 2026 il 44,8% delle 2,87 milioni di assunzioni programmate risultava difficile da coprire. Ma non tutto si spiega con la carenza di lavoratori: il rapporto richiama anche l’inattività, soprattutto femminile, e il mancato incontro tra domanda e offerta. Intanto, secondo il Rapporto annuale Istat 2026, i permessi per lavoro rilasciati nel 2024 sono stati circa 40mila, ben al di sotto delle quote previste dai decreti flussi del governo, anche a causa di ostacoli burocratici e organizzativi. Il risultato è l’ormai noto cortocircuito di un Paese che ha già bisogno dell’immigrazione per sostenere la propria economia, ma fatica a consentire ingressi regolari e a valorizzare le competenze di chi arriva.

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