Data center, il dominio americano e il rischio per la sovranità nazionale
Sventola bandiera americana sul nuovo data center in costruzione alle porte di Roma Ovest, a un pugno di chilometri tra il Grande Raccordo Anulare (il perimetro di confine della capitale) e il Mar Tirreno. Il gigantesco campus, con sei edifici spalmati su 220mila metri quadrati, è firmato Digital Realty Trust, società quotata a Wall Street. Fatturato di 6,8 miliardi di dollari negli ultimi 12 mesi, il dato di giugno fornito da Bloomberg. Chi sono gli azionisti del colosso? I più grandi fondi d’investimento al mondo, con base Oltreoceano: Vanguard, Blackrock, State Street, Blackstone. “Una sorta di colonizzazione moderna: invece di comprare il tè come al tempo della Compagnia delle Indie, gli americani edificano data center in Europa”, dice a ilfattoquotidiano.it Francesco Bonfiglio, consulente indipendente ed ex capo di Gaia X, il progetto del cloud europeo con la missione (fallita) di competere con i giganti a stelle e strisce.
La mappa italiana
A fronteggiare i colossi americani nell’arena digitale, in Italia ci provano anche Core Stack (azienda del gruppo Lazzari) e la società di investimenti Green Arrow Capital. La prima impresa è amministrata da Giorgio Girelli, ex direttore dei servizi business di Aruba. La seconda da Eugenio De Blasio, fondatore e presidente, esperto nel ramo finanza ed energie rinnovabili. Core Stack e Green Arrow Capital – alleate in una joint venture – non competono sul fronte del gigantismo. Il 7 ottobre hanno annunciato la missione: creare una rete di 13 data center di medie dimensioni.
Gli impianti in Italia sono 262, secondo il report AI for Energy, della School of Management del Politecnico di Milano, pubblicato l’8 ottobre. I dati dell’Osservatorio dello stesso ateneo meneghino, differiscono di poco: 200 impianti nel 2025, in crescita a 280 entro il 2028. Ma l’osservatorio conteggia solo gli impianti con spazi e tecnologie a noleggio. Non quello di Terna, ad esempio, utilizzato dal colosso dell’energia solo per supportare i suoi servizi. Secondo il rapporto AI for Energy, un centinaio di data center sono tra Milano e Lombardia. Roma al secondo posto con decine di impianti attivi. Altri sparsi e in costruzione tra Torino, Bergamo, Padova, Bologna, Genova. In Puglia sono in vista nuove iniziative. La lista dei principali player in Italia include Telecom, Aruba, Retelit, Engineering.
Telecom possiede 16 data center tra Rozzano (Milano), Torino e Roma: 8, annuncia il gruppo sul suo sito, di ultima generazione per garantire i servizi dell’Intelligenza artificiale. Quelli di Aruba sono 7 tra Ponte San Pietro (Bergamo), Roma e Arezzo. In partita c’è il gruppo Retelit – società per azioni controllata al 100% da Asterion Industrial Partners – con 38 data center distribuiti al centronord, da Bolzano a Roma passando per Milano. Il Ceo è Jorge Álvarez, 20 anni nelle telecomunicazioni, già in Nortel Networks, H3G e Telefónica. Engineering invece conta tre data center a Pont-Saint-Martin, Torino e Vicenza: il presidente del consiglio d’amministrazione è Gaetano Miccichè, numero 1 della Divisione International Banks di Intesa Sanpaolo. E’ controllata da due grandi fondi di investimento, Bain Capital e NB Renaissance Partners, attraverso la società Centurion Newco spa.
I colossi americani Amazon, Google e Microsoft (gli hyperscaler) hanno i loro data center in Italia, ma per lo più affittano gli spazi come clienti. Google, ad esempio, si affida esclusivamente ai data center di Telecom. Per gli altri, i numeri non sono chiari. Amazon, secondo un articolo del Corriere della sera, firmato da Federico Fubini il 28 aprile 202o, possiede 3 data center in Lombardia, in località segrete per ragioni di sicurezza. Ma il 6 gennaio 2026 è iniziata la procedura di Valutazione di impatto ambientale per l’espansione dell’impianto Aws (Amazon web services) nel Comune di Zibido San Giacomo, provincia di Milano, si legge sul sito del ministero dell’Ambiente. Un altro data center del colosso di Jeff Bezos è in fase di costruzione o progettazione, secondo una fonte qualificata. A Colleffero alle porte di Roma, non distante dal centro logistico di Amazon, sorgerà un data center tra le proteste dei cittadini: un progetto proposto – secondo RomaToday, dalla srl Cobra Green Hyperscale. Anche Microsoft gestisce suoi impianti, ma non è chiaro quanti e dove. Un data center del gruppo di Redmond risulta in costruzione a San Bovio, nel Comune di Peschiera Borromeo, area metropolitana di Milano, contestato da gruppi di residenti. Ma il numero delle strutture di Big Tech non racconta l’egemonia tecnologica statunitense.
Marina Natalucci (Politecnico): “Dipendenza tecnologica dagli Usa conclamata”
“In Italia circa la metà degli investimenti sui data center sarà di Amazon, Google e Microsoft, secondo le stime, nel triennio 2026 al 2028”, dice a ilfattoquotidiano.it Marina Natalucci, Direttrice dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano. La fetta dei capitali italiani? “Meno della metà, perché il resto degli investimenti è prevalentemente americano o di altri operatori europei”. Non è una competizione alla pari, avvisa Natalucci, “la dipendenza dagli Stati Uniti è conclamata”. Come mai? “Non conta solo la proprietà dei muri e degli spazi, ma anche chi controlla server, tecnologie e servizi nei data center. Su questo fronte, gli americani dominano”.
Il ministro Adolfo Urso ha ribadito l’esigenza di capitali per costruire nuovi impianti, l’8 ottobre durante il convegno romano Data Center Symposium. Gli investimenti “stanno già avvenendo – ha dichiarato il titolare del Mimit – Oltre 7 miliardi di euro sono già stati investiti e altri 25 miliardi sono stati annunciati per i prossimi anni”. Da dove arrivano i denari? Un indizio lo ha fornito, il meloniano: “Durante la recente missione nel Golfo, negli incontri che abbiamo avuto, molti ci hanno chiesto come poter investire meglio nel sistema dei data center in Italia”.
Secondo Francesco Bonfiglio, la partita è “super strategica per l’economia e la sovranità”, con i colossi Usa in pole position. Servono “autostrade digitali” per connettere i loro server d’oltreoceano alle basi italiane, dove vendono servizi cloud. E il campus romano di Digital Realty sarà connesso ai cavi sottomarini. “Di sicuro un’opportunità per Amazon, Google, Microsoft e per i colossi dell’IA ”, dice l’ex Ceo di Gaia X.
Digital Realty Trust: l’investimento da 40 milioni con il timbro di Gualtieri
Digital Realty Trust è una delle principali società al mondo specializzate nello sviluppo e nella gestione di data center. Oltre all’impianto romano, “il gruppo gestisce circa 310 data center a livello globale, 6.000 clienti, con una capacità IT complessiva di circa 3,1 gigawatt”, dice a ilfattoquotidiano.it Alessio Garzone, portfolio manager di Gamma capital markets, citando i numeri dell’agenzia Bloomberg. Il business deriva dal “mattone” – tecnicamente Real estate investment trust (Reit) – ma in salsa digitale. “Digital Realty è una società immobiliare che investe in infrastrutture digitali da affittare a grandi aziende, operatori cloud, società tecnologiche e operatori di telecomunicazioni”, aggiunge l’esperto. “I ricavi derivano principalmente dagli affitti degli spazi e dai servizi di interconnessione”, conclude Garzone.
Con i suoi data center, Digital Realty offre spazi fisici a noleggio per server e tecnologie di calcolo, energia e sistemi di raffreddamento: in inglese, colocation. Il primo edificio del campus romano a Trigoria lungo via delle Testuggini (battezzato ROM1) debutterà nella primavera 2027. La compagnia non gestirà i server dei clienti, ma offrirà spazi “neutrali”, dove le aziende “possono implementare e gestire i propri ambienti informatici”, dice il colosso a ilfattoquotidiano.it. Digital Realty non svela la futura clientela. Ma “l’obiettivo è consentire a fornitori di fibra ottica, service provider, reti di distribuzione dei contenuti (CDN) e provider cloud di valorizzare ROM1, trasformandolo in un hub digitale per Roma e per l’Italia”, prosegue il colosso. Il costo previsto è 40 milioni di euro. Non un bando di gara del Comune, ma un progetto proposto e finanziato da Digital Realty, con il timbro della giunta romana guidata da Roberto Gualtieri (Partito democratico).
Fondi d’investimento all’arrembaggio e il rischio delle sanzioni del governo Usa
“Nessuno investe decine di milioni senza conoscere in anticipo una grossa fetta dei futuri acquirenti”, secondo Bonfiglio, “generalmente quel tipo di servizio fa gola ai colossi Usa”. Non di rado data center a “noleggio” ospitano i giganti americani del cloud e dell’IA. Il sito del gruppo mette in vetrina una lunga lista di servizi in partnership con Big Tech: la “nuvola digitale” Amazon, Google, Oracle, Microsoft; l’Intelligenza artificiale del gruppo Dell o con il supporto di Nvidia. Il piano di investimenti per l’Italia, annunciato ad aprile 2026, è da 2 miliardi di euro in cinque anni, su Roma e nel Comune di Abbiategrasso (Milano). La Capitale è l’hub strategico per i collegamenti digitali tra Europa, Africa e Medio Oriente. L’amministratore delegato è Alessandro Talotta, 30 anni nelle telecomunicazioni con un passato in Telecom. Oggi è consigliere indipendente nel board di Ellalink (la società dei cavi sottomarini tra il Brasile e l’Europa) e presidente esecutivo di Mix (Milan Internet Exchange), il consorzio dei provider specializzato nell’interconnessione delle reti digitali. A monte di Digital Realty, ci sono giganti statunitensi della gestione dei patrimoni.
“In tutto il mondo i grandi fondi di investimento hanno divisioni dedicate ai data center”, dice Bonfiglio. Da dove nasce l’interesse? “Lo spazio e l’energia sono risorse limitate al contrario dei dati, infiniti per natura – dice l’esperto – Colossi americani costruiscono questi impianti senza neppure usarli, portano fieno in cascina come investimento per il domani”. E gli Europei? “Hanno meno capitali e manca la clientela per sostenere la mole di investimenti”. La proprietà statunitense, tuttavia, pone rischi di sovranità.
Le aziende a stelle e strisce sono subordinate al cloud act: il governo può accedere ai dati sui server fuori dai confini americani, in ogni parte del mondo, in virtù di un mandato giudiziario. E se i dati sono sui server del cliente, in uno spazio a noleggio dentro un data center, può incombere un altro pericolo: staccare la spina e “spegnere il servizio”. Può bastare un ordine esecutivo del governo americano, come insegna il caso del collettivo Autistici Inventati, specializzato nei diritti della privacy. La Casa Bianca ha già sanzionato organizzazioni e individui residenti in Europa. A Digital Realty abbiamo chiesto: qualora un ordine esecutivo del governo americano imponesse sanzioni contro un vostro cliente, a tutela della sicurezza pubblica statunitense, quale sarebbe la posizione di Digital Realty? “Ogni specifica situazione richiederebbe una valutazione basata sul quadro normativo e regolamentare vigente al momento”, ha risposto il colosso. Aggiungendo: “Non intendiamo formulare ipotesi in merito al caso di un singolo cliente”.
La via italiana di Core stack e Green arrow
Un data center può essere un edificio da affittare ai clienti, ma anche un supporto per servizi cloud “fatti in casa”. Anche i data center di Core stack e Green arrow seguono la via del noleggio degli spazi (meno rischiosa e costosa) garantendo ai clienti connessione alle reti per i loro server, energia per alimentare potenza di calcolo e acqua per il raffreddamento dei processori. I loro impianti sostengono le esigenze dell’Intelligenza artificiale, annuncia il comunicato, con elettricità prodotta da fonti rinnovabili. I 13 data center saranno in tutta Italia privilegiando aree industriali da riqualificare e poco abitate. Si parte dal Nord e dal Nord Est, a Cremona e Verona. La previsione è il via libera entro la fine del 2027 per i primi due impianti: taglio del nastro in vista nel primo trimestre 2028.
Anche Digital realty ha annunciato la produzione elettrica da fonti rinnovabili, riutilizzando acqua per il raffreddamento senza sprechi. Non di rado le associazioni dei residenti contestano la costruzione dei data center temendo rincari in bolletta. Ma più di un esperto punta il dito anche sul rischio per la sovranità nazionale.
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