Umbria

Doppia assoluzione per l’ex sindaco di Norcia Alemanno: «La mia verità dopo 9 anni»

di Nicola Alemanno

Le due sentenze della Corte d’Appello di Perugia del 2 ottobre, con l’assoluzione per Casa Ancarano e la conferma dell’assoluzione per il Centro Polivalente progettato da Stefano Boeri, chiudono almeno una parte delle vicende giudiziarie che hanno accompagnato questi anni della mia vita.

Le motivazioni non sono ancora disponibili e non è quindi questo il momento per entrare nel merito delle argomentazioni della Corte, ma credo sia possibile fare una riflessione più generale.

Le diverse vicende relative alle opere realizzate a Norcia durante l’emergenza sismica hanno avuto, a mio avviso, un unico filo conduttore: il concetto di temporaneità.

La contestazione è stata, in estrema sintesi, che alcune opere non avessero caratteristiche di sufficiente precarietà, perché realizzate con materiali e modalità costruttive stabili e con fondazioni la cui rimozione avrebbe richiesto interventi di demolizione. Si è fatto riferimento, cioè, al concetto di opera temporanea previsto dalla normativa edilizia per gli interventi privi di titolo.

Ma io continuo a chiedermi: può essere interpretata nello stesso modo la temporaneità di un’opera realizzata in condizioni ordinarie e quella di un’opera realizzata nel pieno di una gravissima emergenza sismica?

Nel terremoto del 2016 non si costruivano strutture destinate a durare qualche mese.
Si doveva garantire sicurezza alle persone e, contemporaneamente, impedire che la distruzione dei nostri territori producesse anche la desertificazione delle comunità.

Per questo furono realizzate le Sae, con urbanizzazioni e fondazioni; le scuole temporanee; le strutture per la continuità delle attività produttive e commerciali; le delocalizzazioni dei ristoranti e di altre attività economiche; gli spazi sociali, culturali e ricreativi. La stessa documentazione regionale testimonia la realizzazione di fondazioni e urbanizzazioni per Sae e strutture temporanee per negozi e ristoranti.

Erano opere destinate a durare il tempo necessario alla ricostruzione. E proprio perché dovevano durare, non potevano essere costruite come una tenda da smontare alla fine di una stagione. Dovevano essere sicure, resistere al tempo, rispettare le norme tecniche e antisismiche, essere utilizzabili per anni.

Temporanee, quindi, non perché precarie, ma perché destinate a essere rimosse nel momento in cui non fossero più necessarie. È questa la distinzione che continuo a ritenere fondamentale. E anche il confronto con altre realtà del cratere merita una riflessione.

Il Polo del Gusto di Amatrice, progettato anch’esso da Stefano Boeri, nacque come luogo di ritrovo temporaneo e ospitò, oltre alla mensa scolastica, otto ristoranti che avevano perso le proprie sedi a causa del terremoto. Il progetto fu concepito proprio per mantenere viva la socialità e riattivare l’economia locale. Il PalaBoeri di Norcia, oltre ad assolvere alla funzione di Coc, aveva uno scopo analogo nel mantenere vivo il tessuto sociale della comunità.

Non voglio trasformare questo confronto in un’accusa verso qualcuno. Mi limito a porre una domanda: se la temporaneità deve necessariamente coincidere con la precarietà materiale e l’immediata smontabilità, come si concilia questo principio con le tante opere realizzate nel cratere per affrontare un’emergenza destinata inevitabilmente a durare anni?

Lo stesso vale per le destinazioni d’uso. In un’emergenza, una struttura destinata alla comunità non può essere necessariamente ricondotta a una sola funzione rigida e immutabile. In una situazione normale si possono separare rigidamente funzioni, tempi e destinazioni. In un’emergenza, la realtà è inevitabilmente più complessa.

E io, da sindaco, quella realtà dovevo affrontarla. Il terremoto non ci aveva dato il tempo di elaborare sofisticate interpretazioni giuridiche. Ci aveva imposto di decidere.
E abbiamo deciso sulla base delle ordinanze della protezione civile, degli indirizzi delle istituzioni competenti e, soprattutto, della necessità di dare risposte concrete a una popolazione che viveva una condizione drammatica.

Per fortuna, in quegli anni, non siamo stati soli. Quando era difficile sostenere pubblicamente determinate scelte, quando era più facile puntare il dito contro chi amministrava un territorio devastato, abbiamo avuto accanto istituzioni e persone che ne avevano compreso il senso. La protezione civile nazionale, con la voce autorevole dell’allora capo del dipartimento Angelo Borrelli. La struttura commissariale, con i commissari Giovanni Legnini e Guido Castelli. La Regione Umbria, con le presidenti Catiuscia Marini e Donatella Tesei. L’Anci nazionale con il vice segretario generale Stefania Dota, la Fondazione Symbola, attraverso i numerosi interventi del segretario generale Fabio Renzi, con il sostegno del presidente Ermete Realacci.

E davvero tanti altri, che sarebbe impossibile elencare. Non significa che queste testimonianze possano sostituire un giudizio della magistratura. Significa però che le scelte compiute a Norcia non furono decisioni arbitrarie. Furono decisioni assunte dentro un sistema istituzionale e in una situazione emergenziale che tutti consideravano straordinaria. Ed è proprio per questo che ho sempre faticato a comprendere come quelle stesse decisioni potessero essere successivamente considerate, in alcuni procedimenti, come espressione di un uso distorto del potere.

Io ero il sindaco, ero quello che doveva decidere. Ero quello che doveva metterci la faccia. Ero quello che doveva impedire che, dopo il terremoto, Norcia perdesse anche la propria comunità. L’ ho fatto assumendomi fino in fondo le mie responsabilità. Anche la vicenda della Bcc di Norcia, seppure sotto un diverso profilo, appartiene a questa stessa stagione. Dopo anni di procedimento, sono stato assolto insieme agli altri imputati.

Rimane distinta la vicenda della casetta della proloco, per la quale ho riportato una condanna definitiva a otto mesi per falso, proprio per averne dichiarato la temporaneità; vicenda che ha comportato la mia sospensione da sindaco prevista da un’incomprensibile legge Severino.

Non ho mai pensato che una persona debba sottrarsi alle conseguenze delle proprie responsabilità. Lo dissi pubblicamente già il 7 novembre 2016, in parlamento. Ma credo sia altrettanto legittimo riflettere sul peso che un procedimento penale può avere sulla vita di una persona molto prima che una sentenza diventi definitiva.

Per nove anni ho vissuto questa condizione. Nove anni nei quali le vicende giudiziarie hanno inciso sulla mia vita, sul mio percorso politico, sul mio modo di essere e inevitabilmente anche sulla comunità che ho amministrato. Una condanna non definitiva è come una brutta malattia: entra nella tua vita, condiziona il tuo futuro e finisce per coinvolgere anche chi ti sta vicino. Io ho sofferto. E con me hanno sofferto le persone che mi sono state vicine, i miei figli in particolare.

Per tutto questo oggi non provo rancore. Provo soddisfazione per questi esiti, certo. Ma soprattutto provo amarezza per il tempo trascorso. La Giustizia non è una scienza esatta come la matematica. Deve applicare le norme, naturalmente, ma deve anche riuscire a calarsi nella realtà concreta nella quale quelle norme devono essere applicate. E soprattutto deve essere rapida. Perché una giustizia che arriva dopo nove anni può assolvere o condannare, ma non può restituire nove anni di vita. Una persona deve sapere in tempi ragionevoli se è colpevole o innocente.

Per sé. Per la propria famiglia. Per il proprio lavoro. Per il proprio futuro. E anche per la comunità che rappresenta. Queste sentenze non cancellano nove anni. Ma mi permettono almeno di guardare indietro e dire, con serenità: in quei giorni terribili del terremoto ho cercato di fare ciò che ritenevo giusto per la mia comunità. Con gli strumenti che avevamo. Con le informazioni che avevamo. Con le responsabilità che avevamo. E soprattutto con la convinzione che un sindaco, quando tutto intorno a lui è crollato, non possa permettersi di non decidere. Questa è la mia verità, dopo nove anni! Questa è la lezione che dopo nove anni, sento di poter consegnare ad altri.

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