Natangelo a Perugia con il nuovo graphic novel: «Si può ridere di qualcosa senza diminuirne il dolore»

“La fine di una storia d’amore richiede la stessa cura dell’inizio”. Scritto nero su bianco nel libro, graphic novel, dedicato alla fine di un amore, o meglio alla fine dell’amore, o addirittura all’amore e basta: Natangelo usa la sua arma più affilata, la satira appunto, ma contro sé stesso, prendendosi in giro anche quando si prende sul serio.
Settimana ricca di appuntamenti a POPUP, libreria e spazio culturale di Perugia, in piazza Birago. Si comincia lunedì 28 settembre, alle 18.30, con l’atteso ritorno di Mario Natangelo: il celebre fumettista e vignettista satirico (il Fatto Quotidiano) presenterà il suo nuovo libro “Lo sai come fa il cuore” (Tunué) in dialogo con Daniele Pampanelli, graphic-designer e coordinatore artistico di Becoming X – Art+Sound Collective. Umbria24 lo ha incontrato prima del suo ritorno a Perugia.
“Lo sai come fa il cuore” nasce da una vicenda molto personale, la fine di un amore, e sceglie di rivolgere la satira verso sé stesso. Che cosa ha significato per lei trasformare un’esperienza così intima in un libro e scoprire che, proprio attraverso una storia personale, poteva parlare di qualcosa di universale? In realtà quando ho cominciato a disegnare non pensavo affatto di fare un libro. Disegnavo perché è il modo che conosco per mettere ordine nelle cose. “Lo sai come fa il cuore” nasce nei tre mesi successivi alla fine di una relazione e per molto tempo è stato semplicemente un diario: prendevo quello che mi stava succedendo, anche le cose più dolorose o ridicole, e provavo a guardarlo da fuori. E per farlo il bersaglio non potevo che essere io. La cosa che mi ha sorpreso dopo è stata scoprire che più cercavo di essere preciso nel raccontare la mia storia, più quella storia smetteva di essere soltanto mia. Cambiano i nomi o le circostanze, ma certi meccanismi delle separazioni sono simili: i ricordi che tornano, le cose che continui a fare per due, il tentativo di capire quando esattamente qualcosa ha cominciato a rompersi. Credo che l’universale, alla fine, si trovi proprio andando molto a fondo nel particolare.
Torna a Perugia dopo il primo incontro di due anni fa: che ricordo conserva di quella esperienza e del pubblico che ha incontrato? E che tipo di legame sente oggi con questa città e con l’Umbria, anche attraverso gli incontri legati ai suoi libri? Sono molto legato a Perugia e all’Umbria in generale. Ero già stato in città per presentare il mio primo libro ed è stata così accogliente che nel costruire il tour per il nuovo libro – un giro d’Italia di 40 tappe in tutto il paese fino a Natale – ho insistito perché Perugia fosse tra le prime tappe e che fosse alla libreria PopUp che è piena di amici. Ogni incontro con i lettori è sempre molto caloroso e intimo anche se affollato, ma a Perugia ricordo in modo speciale l’affetto che mi ha travolto. E sono contento di portare questa nuova storia ai lettori umbri e parlarne insieme.
Lei disegna ogni giorno per “il Fatto Quotidiano” e da anni usa la satira per leggere e commentare l’attualità. Quanto c’è di lavoro quotidiano, di osservazione e di disciplina dietro una vignetta che a noi arriva invece come un’idea immediata? E come si decide quale fatto merita davvero di essere raccontato? C’è molto meno colpo di genio e molto più lavoro di quanto si possa immaginare. La vignetta è un lavoro quotidiano: significa leggere i giornali, seguire le notizie, capire quali continueranno a essere importanti qualche ora dopo e soprattutto cercare un punto di vista che non sia semplicemente la battuta che stanno facendo tutti. Poi bisogna buttare via parecchie idee. Il fatto che alla fine il lettore veda un disegno e magari dieci parole nasconde tutto quello che è stato scartato prima. Per scegliere una notizia mi faccio una domanda molto semplice: ho qualcosa da dire? Non necessariamente sulla notizia in sé, ma attraverso quella notizia. Perché la satira, almeno per come la intendo io, non dovrebbe limitarsi a fare una battuta su quello che è successo. Dovrebbe provare a spostare di qualche centimetro il punto da cui guardiamo le cose, qualche volta addirittura fino a costringermi a guardarle da un punto di vista contrario al mio.
In questo nuovo libro i “bersagli esterni” lasciano spazio all’autosatira, ma nella sua attività quotidiana affronta spesso temi politici, sociali e anche molto drammatici. Dove sente di dover tracciare il confine della satira? Esiste un tema davanti al quale pensa che la battuta non debba arrivare, oppure è proprio nei momenti più difficili che la satira può avere una funzione importante? Non credo esistano argomenti sui quali per principio non si possa fare satira. Credo invece che esistano battute poco riuscite. La satira si fa su tutto ciò che l’autore ritiene satirizzabile, secondo il proprio senso del limite: sembra una libertà eccessiva ma in realtà è una grande responsabilizzazione. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Con i miei libri ho dimostrato che molto spesso è proprio nei momenti più drammatici che la satira serve: non per alleggerire quello che sta succedendo, ma per renderne visibili le contraddizioni, le responsabilità, l’assurdità. Il limite quindi non è tanto nell’argomento quanto nello sguardo. E naturalmente questo non significa che ogni battuta riesca: si può sbagliare. Fa parte del mestiere, e bisogna assumersene la responsabilità. E criticare la satira è sacrosanto: tapparle la bocca no.
Dopo “Cenere. Appunti da un lutto”, anche questo libro nasce dall’esperienza del dolore e dalla necessità di raccontarlo attraverso l’umorismo. Cosa ha imparato, nel frattempo, sul rapporto tra comicità e sofferenza? E pensa che ridere di qualcosa possa significare sminuirla, oppure possa essere anche un modo per riuscire ad affrontarla? Con “Cenere” ho scoperto una cosa che con “Lo sai come fa il cuore” ho potuto verificare una seconda volta: si può ridere di qualcosa senza diminuirne di un millimetro il dolore. Anzi, a volte l’umorismo permette di avvicinarsi a cose che altrimenti sarebbero quasi indicibili. Ridere non è prendere le distanze ma il contrario: riuscire finalmente a guardare una cosa molto da vicino. La differenza è che con “Cenere” raccontavo un dolore sul quale non avevo alcun potere: la malattia e la morte di mia madre. In questo libro invece il dolore nasce da una relazione, quindi da qualcosa a cui avevo partecipato anch’io. Per questo l’autosatira è diventata ancora più importante. Mi interessava guardare anche le mie responsabilità, le mie contraddizioni, il mio modo di amare, senza assolvermi ma neppure processarmi. O forse processare me stesso e il maschio in me, con le sue fisime e le sue paturnie di cui spesso parliamo poco perché ci fanno sembrare deboli. In questo senso per me il libro è stato anche un banco di prova: provare a usare gli strumenti che normalmente rivolgo verso il mondo per guardare me stesso. E scoprire che, persino mentre stai male, continui a essere abbastanza ridicolo è una notizia tutto sommato confortante.
La settimana della libreria e spazio culturale in piazza Birago prosegue martedì 29 con la tappa perugina del tour italiano della scrittrice franco-marocchina Hajar Azell; mercoledì 30 showcase dal libro “Hip-Hop e basta!”, con il rapper ed educatore Zatarra, in collaborazione con il CSG – Centro Servizi Giovani del Comune di Perugia. Giovedì 1 ottobre, invece, incontro “Cenerentole a chi? Le italiane di oggi si raccontano”, confronto a due voci tra Elide Pantoli, attivista femminista, fondatrice del progetto “Modern Cinderellas Italia”, e Francesca Calamita, professoressa associata presso l’Università della Virginia.
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